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Figure da fesso

L'autore della porta accanto
04 settembre 2013

Luciano Trapa

di Andrea Doncovio
Durante un ricovero in ospedale scoccò la scintilla: «Capii che anch’io avevo un mio modo personale di esprimere le cose». Ne seguirono dieci racconti e quattordici poesie.
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Luciano Trapa, 57 anni. Sposato, è insegnante di elettronica presso l'ITIS Volta di Trieste
L'autore della porta accanto
04 settembre 2013 di Andrea Doncovio Image

Partiamo con una domanda a bruciapelo: chi è Luciano Trapa?

«Se lo sapessi, non avrei scritto questo libro. Non ho ancora capito chi è Luciano Trapa. Il libro è un tentativo di scoprirlo o per lo meno è un tentativo di capire quanta parte di me stesso è una maschera e quanta è autentica, ammesso che questa parola abbia un significato».

Lei è autore di pubblicazioni scientifiche e di un manuale di elettrotecnica per le scuole superiori che ha ottenuto molto successo: quando nasce, invece, la passione per la scrittura letteraria?

«La passione per la letteratura è nata nell’adolescenza. E per un breve periodo pensai di dover scrivere anch’io qualcosa. Però leggendo molti romanzi e poesie di grandi autori mi sembrava che tutto ciò che pensavo, tutte le mie idee sul mondo e sulla vita, tutte le mie sensazioni fossero già state scritte da altri. Così, per circa trent’anni ho pensato di non avere niente di nuovo o di originale da scrivere. Soltanto un anno fa, nel corso di un ricovero in ospedale, un po’ per gioco, un po’ dietro la spinta di un’amica, ho scoperto di avere anch’io qualcosa da dire o quanto meno di avere un mio modo personale di esprimere le cose».

Figure da fesso: perché questo titolo?

«Perché da giovani io e tre amici, ci auto-definivamo “i quattro fessi”, in una accezione molto particolare del termine».

Il personaggio ritratto nella copertina del libro chi sarebbe?

«È una persona che pensa di vivere una tragedia, ma che in realtà sta interpretando una commedia».

Cito dalla sua introduzione: “Alcuni sventurati nascono astuti, capaci di sfruttare tutte le occasioni che la vita offre loro con cinismo e prontezza; altri, innegabilmente privilegiati, hanno invece l’abilità innata di lasciarsi sfuggire ogni opportunità”: sono quelli che lei chiama i fessi. Chi è, dunque, il ‘fesso’?

«Il ‘fesso’ è chi si pone troppi interrogativi su se stesso, sugli altri, sulla vita. E questi interrogativi gli impediscono di agire con la leggerezza, con la decisione e con la risolutezza necessarie ad avere successo nella vita sociale e con le donne. Il fesso è anche colui che si rifiuta di comportarsi come gli altri, anche se ciò gli porterebbe dei vantaggi».

Come mai ha voluto incentrare il libro su questa figura?

«Perché mi sono reso conto che le caratteristiche del fesso hanno condizionato molte azioni della mia vita, così come condizionano il modo di pensare e di agire dei miei personaggi».

Nel libro lei dice che “non a tutti è dato di essere fessi”: che qualità ha il fesso che la persona normale non possiede?

«Il fesso ha il dono o la maledizione di guardare se stesso e gli altri impietosamente, di non nascondere a se stesso la mancanza di significato di molte cose, di molti modi di agire e di molte convenzioni sociali. Ha il dono di cogliere gli aspetti ridicoli di sé e degli altri. Il fesso si rifiuta di agire come gli altri, perciò deve escogitare strategie alternative di azione e di pensiero, il che stimola la sua creatività».

Questo libro è sempre in bilico fra commedia, tragedia, fantascienza, persino satira storica e politica, ed è caratterizzato da una varietà di stili, registri e generi che lo rendono difficilmente inquadrabile: lei come lo definirebbe?

«Come una battaglia per la conquista della mia verità. Una battaglia condotta su più fronti e usando armi differenti. Mi piace anche la definizione che del libro ha dato il suo collega Vanni Veronesi, che lo vede come una “satura”, un piatto ricco di pietanze e sapori diversi, uniti da uno stesso retrogusto amaro, dissacrante e ironico».

C’è molta ironia nel testo e viene da pensare che alcune vicende siano in qualche modo ispirate a fatti autobiografici: quanto della sua persona è presente nel libro?

«Sono certamente autobiografici i pensieri, le emozioni, il modo di agire dei personaggi. Non sono invece autobiografici i fatti, che sono frutto di pura invenzione o comunque di rielaborazione di spunti biografici giovanili».

Un esempio?

«Le ultime dodici ore di vita dell’ingegner Sebastian Sehnsucht, descritte in uno dei racconti, sono ispirate a un sogno che ho realmente fatto più di venti anni fa. Il Cristo di Gemona, invece, è nato dalla fortissima emozione che in un periodo particolare della mia vita ho provato visitando il duomo di quella città».

Concentriamoci sul concetto di ‘ironia’, che è cosa diversa dalla comicità pura e semplice. Per i suoi personaggi, e in fondo anche per lei, sembra un vero e proprio modo di vivere la vita…

«Una volta una ragazza mi ha confessato: “Scusa se te lo dico, ma spesso quando mi racconti le tue disavventure, gli eventi negativi della tua vita, a me viene da ridere”. Evidentemente l’ironia è per me un fatto spontaneo e quasi incosciente. L’ironia d’altra parte è anche un consapevole strumento per non affrontare di petto le situazioni, per sfiorare la realtà senza toccarla, per non immergersi completamente nella vita reale, per rimanere con un piede dentro e uno fuori dalle sabbie mobili della vita. È una sofisticata forma di viltà».

Riparlando dei personaggi del libro, quanto di lei c’è nell’ingegner Sebastian Sensucht?

«L’ingegner Sensucht sono io, proiettato nel ventiduesimo secolo. La sua vita è molto più avventurosa e ricca di colpi di scena della mia. Ma la sua malinconia, i suoi dolori, i suoi scatti di rabbia e di disperazione sono i miei».

Oltre ai racconti, lei ha inserito quattordici poesie. Si sente - o vorrebbe essere - più poeta o scrittore?

«Nel linguaggio comune il poeta è colui che dà espressione nei suoi versi agli aspetti nobili, elevati della vita, e che per farlo usa un linguaggio alto, non popolare; io invece ritengo che la poesia debba esprimere anche la volgarità, la banalità della vita. Quindi nel senso tradizionale della parola non sono e non mi sento un poeta, ma un “anti-poeta” ».

Per chiudere, le chiedo di citare la conclusione della sua prefazione…

«“Se, leggendo questo libro, vi riconoscerete nei suoi personaggi, avrete conosciuto meglio voi stessi e avrete scoperto di non essere soli nell’universo. In caso contrario, potrete acquisire la certezza di essere una persona normale: a voi il mio più sincero compatimento”».

Per maggiori informazioni sul libro Figure da fesso di Luciano Trapa, edito da Goliardica Editrice, clicca qui

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