Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Banche e denaro

L'analisi
29 agosto 2013

Dove trovare i soldi?

di Paolo Marizza
La stretta del credito sta soffocando le Piccole e Medie Imprese. Ecco alcune soluzioni per fare in modo che la liquidità della finanza possa arrivare all’economia reale.
CONDIVIDI
2557
L'analisi
29 agosto 2013 di Paolo Marizza Image

Non c’era bisogno del recente report di Standard & Poor’s per ricordarci che le banche, nel 2012, hanno tagliato alle imprese italiane circa 44 miliardi di euro di finanziamenti. Da più parti, anche autorevoli, come nella recente relazione del Governatore della Banca d’Italia, si sprecano analisi e consuntivi sul fenomeno del credit crunch (stretta creditizia). Dallo stesso report si apprende anche che le imprese italiane attingono il 92% del loro fabbisogno finanziario di breve e lungo termine proprio dalle banche, ma che questa provvista sta diventando meno disponibile in quanto le banche italiane hanno avviato un percorso di riduzione della leva finanziaria. Dati risaputi da tempo e conosciuti in tutte le sedi che contano, sia a livello regionale, nazionale che europeo.

Più interessante risulta la previsione di Standard & Poor’s di un sempre maggior ricorso alle emissioni obbligazionarie da parte del nostro tessuto produttivo per far fronte alla stretta creditizia. Previsione anch’essa auspicata e incentivata dalle disposizioni del Decreto Sviluppo sui Minibond.

Da anni si continua a ripetere il ritornello che un più ampio ricorso al mercato dei bond può aiutare a migliorare la struttura di capitale delle imprese italiane e a ridurre i rischi di rifinanziamento, perché potrebbe allungare le scadenze del debito e diversificare la base degli investitori.

Ma queste emissioni, che oggi rappresentano circa l’8% del totale dei finanziamenti, riguardano quasi esclusivamente le imprese di grandi dimensioni e in misura minore le medie imprese, mentre sono le medio-piccole a soffrire maggiormente il credit crunch e strutture finanziarie squilibrate, in un circuito vizioso di causa ed effetto.

Il vero problema consiste nel far affluire nuova finanza alle PMI (Piccole e Medie Imprese), circa 70-80 miliardi che ridarebbero ossigeno non solo per rifinanziare il debito esistente: il funding attraverso bond potrebbe arrivare fi no al 15-20% dello stock di finanziamenti, anche per sostenere la crescita degli investimenti fissi.

Infatti, a normative e regolamentazioni invariate (Basilea 3, Solvency II, ecc.), la ridotta capacità ad assumere rischi da parte di banche e investitori istituzionali penalizzerà ulteriormente il finanziamento alle imprese che dovranno affrontare costi più elevati per il finanziamento a medio/lungo termine.

Il ruolo di finanziatore dell’economia del settore bancario verrà a ridursi significativamente, almeno nelle forme tradizionali di intermediazione creditizia, assieme al ruolo di altri attori, in particolare degli investitori istituzionali.

I Regolatori, però, non dovrebbero concentrarsi solo ad aumentare i requisiti e la qualità del patrimonio delle banche, ma anche prendere in considerazione le conseguenze che ciò ha per la raccolta bancaria complessiva e, in generale, sull’ingessatura delle strutture di bilancio degli intermediari finanziari.

Nell’attuale contesto di mercato è pertanto probabile che la riduzione della leva finanziaria avverrà prevalentemente, anche in prospettiva, attraverso la limitazione o la riduzione dei finanziamenti, in particolare verso le PMI.

Ma allora come far affluire all’economia reale la liquidità che sta alimentando una nuova fase di esuberanza dei mercati finanziari? È necessario che nuove forme di intermediazione finanziaria possano soddisfare almeno in parte le esigenze di credito dell’economia. In tale prospettiva si pone il piano d’azione della Commissione Europea per migliorare l’accesso delle PMI ai finanziamenti, che ha recentemente messo in pubblica consultazione il Green Paper on Long Term Financing.

Occorre infatti incentivare nuove forme alternative di credito basate sul mercato, in particolare per quanto riguarda il finanziamento degli investimenti a lungo termine.

In attesa che il quadro economico, istituzionale e normativo si evolva, alcune recenti e interessanti iniziative hanno optato per soluzioni che vanno dall’emissione di Bond Territoriali - in cui a fronte di una data raccolta le banche si impegnano a restituire alle imprese del territorio un multiplo della stessa - allo sviluppo di convenzioni di raccolta/reimpiego (depositi a tempo), alle prime emissioni di minibond e al lancio del primo Fondo Minibond italiano.

Tuttavia a distanza di dieci mesi dalla loro introduzione, i minibond fanno ancora fatica a decollare e le poche operazioni concluse riguardano come al solito principalmente imprese di dimensioni medio-grandi.

Alle imprese i minibond possono risolvere sia problemi di gestione finanziaria corrente sia di finanziamento di investimenti a medio-lungo termine. La liquidità disponibile nel mercato dei capitali, alla ricerca di rendimenti adeguati ai premi per il rischio, potrebbe essere canalizzata in parte proprio verso emissioni delle nostre PMI.

Ciò che manca è la definizione di politiche coerenti finalizzate al decollo di forme di finanziamento di mercato per le PMI.

Gli scettici sottolineano che il decollo di operazioni di finanza di mercato, complementare a quella bancaria, possa avvenire solo in presenza di ridotti profili di rischio delle attività economiche e di maggiore fiducia nel sistema bancario.

Ma il senso dell’urgenza rispetto a una situazione di progressivo deterioramento del tessuto industriale dovrebbe suggerire l’immediato varo di alcuni provvedimenti mirati.

Forse sarebbe opportuno, almeno in una fase transitoria di riduzione della leva finanziaria, valutare se una più soddisfacente allocazione di risorse pubbliche non possa essere indirizzata a introdurre nuovi regimi di garanzia agevolata dei prestiti, potenziando e attivando anche nuove forme di intervento di organismi sovranazionali come la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) e il FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti). Al riguardo il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha annunciato che la BEI metterà a disposizione circa 15 miliardi quest’anno nella Zona Euro per gli investimenti delle PMI.

A livello nazionale potrebbero essere attivate politiche finalizzate a ridurre le esigenze di finanziamento delle PMI, non solo dando concretezza e snellezza procedurale al tanto agognato pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, ma anche riducendo il fabbisogno di capitale circolante delle PMI, ad esempio rendendo operativa una più stringente normativa per velocizzare i pagamenti nelle relazioni di fornitura tra gli operatori economici.

Per aiutare le PMI a diversificare le proprie fonti di finanziamento, in particolare riducendo la loro dipendenza dalle banche e facilitando un accesso più diretto agli investitori istituzionali sia a livello nazionale che territoriale, andrebbero altresì avviate politiche di natura più strutturale.

Assogestioni, l’Associazione Italiana dei Fondi, si è recentemente pronunciata a favore dell’utilizzo del patrimonio dei fondi non solo per investimenti finanziari, ma come leva per il rilancio dell’economia reale. Si tratta di agire subito con provvedimenti finalizzati a garantire la piena portabilità dei fondi pensionistici integrativi con il varo dei Piani individuali di risparmio e la detassazione degli investimenti finanziari che durino almeno cinque anni.

Un altro intervento importante consisterebbe nel dare certezza alla normativa che consente ai fondi di usare parte del patrimonio per investire sulle piccole e medie imprese, quotate e non, facendo arrivare miliardi preziosi per il tessuto produttivo italiano.

Un ulteriore intervento di natura strutturale, poi, potrebbe prevedere la costituzione di un Fondo Italiano di Debito misto pubblico / privato per le PMI, con l’obiettivo di favorire la canalizzazione di risorse finanziarie e di finanza a lungo termine.

Tali sviluppi potrebbero contribuire a stimolare il finanziamento delle PMI anche con riferimento a emissioni obbligazionarie da parte delle stesse (sfruttando l’evoluzione delle disposizioni sui minibond).

Questo disegno rappresenterebbe un potente catalizzatore delle iniziative di finanza locale che stanno maturando in diversi territori e regioni d’Italia, saldandosi anche con la costituzione di Fondi Territoriali Specializzati di Debito, nell’ottica di investimento/finanziamento indiretto (attraverso i Fondi Territoriali, i bond territoriali, i bond di distretto e altri strumenti obbligazionari e di debito) e diretto delle PMI.

L’istituzione del Fondo di Debito per le PMI risulterebbe altresì funzionale allo sviluppo di ecosistemi finanziari su base territoriale, contribuendo alla realizzazione di nuovi e più avanzati equilibri sia dal lato dell’offerta che della domanda di credito, in una fase di transizione che contemperi le esigenze di una regolamentazione più severa del settore finanziario con la necessità di creare fonti di finanziamento complementari al credito bancario per l’economia.

Gli strumenti alternativi di finanziamento delle PMI vanno in ogni caso sviluppati in relazione ai profili e agli appetiti di rischio rispettivamente di prenditori e investitori, nonché al “capitale sociale” e alla maturità dei diversi territori nel “fare squadra” rispetto alle differenti soluzioni possibili.

In particolare, la soluzione Fondo potrebbe consentire di aumentare la “diversificazione” del portafoglio obbligazionario degli investitori, attirando operatori interessati a investimenti di maggiori dimensioni. Un ruolo chiave nella promozione di Fondi Territoriali potrebbe essere svolto dalle Associazioni Industriali e dalle altre Associazioni di categoria, dalle Finanziarie regionali e dai Fondi Pensione territoriali.

Commenti (0)
Comment