Imoney tab white
Utilizziamo i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile sul nostro sito Web.
Quando utilizzi il nostro sito Web, accetti che vengano trasmessi cookie sul tuo dispositivo. Ulteriori informazioni

Esperienza ludica

Società
23 luglio 2013

A che gioco giochiamo?

di Manuel Millo e Samanta Mosco
Giocare è un diritto di tutti i bambini. Ma nell’era della tecnologia molti di loro non sanno più come si fa.
CONDIVIDI
2344
Società
23 luglio 2013 di Manuel Millo e Samanta Mosco

Domenica 26 maggio si è celebrata la Giornata Mondiale del Gioco. In diverse parti del mondo, compresa l’Italia, con eventi e iniziative varie, si è ribadito la necessità di giocare e divertirsi insieme.

Proprio da questa ricorrenza, vogliamo trarre spunto per proporre una riflessione sul gioco, sui suoi destinatari e sul giocattolo. L’art. 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia così recita: “Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica”. Potrebbero essere sufficienti queste parole per comprendere il valore del gioco e la complessa rete che lo stesso genera. Il diritto al gioco del bambino viene proclamato come bisogno prevalente e vitale dell’infanzia, motivato da esigenze e implicazioni di ordine fisiologico, psichico, spirituale e sociale e basato sul riconoscimento della pienezza umana in ogni fase della vita.

Tuttavia, nell’accezione comune, il temine “gioco” si discosta completamente da una qualsiasi connotazione di “serietà”. Avete presente la frase “è solo un gioco”? Spesso viene pronunciata dagli adulti nei confronti dei bambini, disconoscendo contemporaneamente il valore del gioco e l’interesse del bambino.

Il significato del gioco ha appassionato filosofi e biologi, sociologi e psicologi, antropologi ed etologi. Nel corso del XIX e del XX sec. sono state proposte diverse teorie sul significato del gioco. In linea di massima le ricerche sul gioco coincidono con un progressivo riconoscimento del suo valore e con la consapevolezza crescente che le attività ludiche hanno senso e dignità.

Nel linguaggio corrente la parola “gioco” indica un’attività gratuita, più o meno fittizia, che procura un piacere di tipo particolare. Questa attività è anche chiamata ludica, termine che deriva dal latino ludus (gioco). Il gioco è significativo per lo sviluppo intellettivo del bambino, perché il bimbo, quando gioca, sorprende se stesso e nella sorpresa acquisisce nuove modalità per entrare in relazione con il mondo esterno. Nel gioco il bambino sviluppa le proprie potenzialità intellettive, affettive e relazionali. Attraverso il gioco, infatti, il bambino incomincia a comprendere come funzionano le cose: ciò che si può o non si può fare con determinati oggetti, si rende conto dell’esistenza di leggi del caso e della probabilità e di regole di comportamento che vanno rispettate. L’esperienza del gioco insegna al bambino a essere perseverante e ad avere fiducia nelle proprie capacità; è un processo attraverso il quale diventa consapevole del proprio mondo interiore e di quello esteriore, incominciando ad accettare le legittime esigenze di queste sue due realtà.

Le attività ludiche a cui i bambini si dedicano si modificano via via, di pari passo con il loro sviluppo intellettivo e psicologico, ma rimangono un aspetto fondamentale della vita di ogni individuo, in tutte le fasce d’età. A seconda dell’età, infatti, il bambino nel giocare impara a essere creativo, sperimenta le sue capacità cognitive, scopre se stesso, entra in relazione con i suoi coetanei, sviluppando quindi l’intera personalità. Per l’adulto, il gioco diviene anche strumento per conoscere il bambino e per comprendere lo stadio del suo sviluppo cognitivo, affettivo e sociale.

Ma il gioco è solo per bambini? Spostando l’attenzione dal mondo dei bambini a quello degli adulti, da sempre, la storia è ricca di avvenimenti di gioco per uomini. Dai giochi circensi alle Olimpiadi, ai più moderni videogiochi, gli adulti sono anch’essi da annoverare tra i destinatari del gioco. Un esempio per tutti è il gioco del calcio, che accomuna folle di adulti, disposte a numerose esperienze pur di seguire la squadra del cuore. Di esempi simili, ve ne sono molteplici; ciò che li lega è la voglia di provare e suscitare emozioni; di sfogarsi o rilassarsi; di esprimere la propria libertà; di divertirsi; di far parte di un gruppo: “... l’uomo è pienamente tale solo quando gioca”, dice Schiller. Giocando, infatti, ogni individuo riesce a liberare la propria mente da contaminazioni esterne, quale può essere il giudizio altrui, oltre ad avere la possibilità di scaricare la propria istintività ed emotività.

Negli ultimi tempi, tuttavia, complice la crisi - a detta degli esperti del settore - stiamo assistendo a una interpretazione distorta del gioco da parte di un numero sempre più consistente di adulti, che tendono a considerare il gioco come ancora di salvezza, come pentola d’oro in cui immergere le difficoltà e da cui ricavare le soluzioni.

Il più delle volte, tuttavia, dalla pentola non emergono risoluzioni, ma nuovi e più consistenti problemi. E per le proporzioni che sta assumendo, il fenomeno dell’assuefazione a questi tipi di giochi sta divenendo preoccupazione sociale.

In conclusione, vogliamo soffermare la nostra analisi e riflessione sull’oggetto di gioco: mister giocattolo. Questo perché la nostra esperienza educativa ci porta alcune fotografie di bambini che non sanno giocare. Come mai?

L’evoluzione del mercato, le regole di sicurezza, nonché le campagne di marketing hanno riempito le case e i luoghi di aggregazione di un’infinità di robot di plastica, parlanti e lampeggianti che governano e indirizzano il gioco del bambino. Funzionali a fare compagnia ma impossibilitati a fare gruppo, eccezionali ad attirare l’attenzione ma deficitari a mantenerla, formidabili a lanciare slogan e messaggi, ma incapaci di capire il fabbisogno ludico del proprietario, ricchi di colori e suoni, ma poveri di fantasia. E così, senza questi robot, il bambino non sa giocare.

Il compito dell’adulto è dunque anche quello di ridare valore al giocattolo, magari costruendolo, inventandolo con materiali poveri, animandolo con le proprie mani e la propria voce, immedesimandosi con esso e rendendolo unico. Con questo non intendiamo screditare il progresso della tecnologia anche nel campo dell’educazione, in quanto vi sono in commercio una varietà di giocattoli che offrono conoscenze e perseguono finalità educative elevate; intendiamo solo dire che, per proteggere i nostri bambini, stiamo costruendo loro attorno una campana di plastica (è questo il principale materiale dei giocattoli moderni) che tende a rubare la loro libertà di movimento fisico e la loro fantasia. E per restituire questi valori, nessun giocattolo è ancora stato inventato.

Commenti (0)
Comment