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Lo scorrere del tempo - 1^ puntata

Psicologia
10 ottobre 2010

Invecchiare? No grazie. Anzi, si!

di Giuliana De Stefani
La durata della vita biologica di un individuo tende ad aumentare. Ma con più anni da vivere cosa abbiamo di così importante da fare? La soluzione sta nel proprio carattere.
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Psicologia
10 ottobre 2010 di Giuliana De Stefani

Tra i temi dominanti nei discorsi che facciamo con amici e conoscenti, nelle sale d’attesa dei medici di famiglia o addirittura quando siamo in vacanza a riposarci dalle fatiche lavorative, ne spunta sempre uno, come una nota stonata: invecchiare, la terribile parola che può segretamente ossessionare anche le persone  più equilibrate.

È evidente che la società occidentale del benessere, edonista e con l’eterno sorriso sulle labbra, spinta alla conquista di una leggerezza del vivere fondata sulle apparenze della moda e sui divertimenti della spettacolarità, ci invia copiosi messaggi che esorcizzano l’inevitabile. La nostra fine biologica viene negata a suon di fuochi d’artificio, novità e notizie incessanti, scoperte scientifiche ed invenzioni: siamo molto impegnati a rimanere sulla cresta dell’onda della vita e più o meno consapevolmente preferiamo non guardare il mare in cui navighiamo e soprattutto non pensiamo di chiederci a quale scopo siamo lì.

Lo psicologo americano James Hillman ha affrontato in modo profondo il tema dell’invecchiamento ed ha anche frugato nelle sue personali ansie per giungere ad evidenziare quali sono i meccanismi che ci portano a vivere penosamente l’attesa della vecchiaia e la scoperta dei suoi segni. Chi di noi non si è mai chiesto “ma a cosa serve invecchiare? …che senso ha, se tanto la fine è certa?” Davanti all’esaurimento delle forze fisiche, alla perdita dell’acuità dei sensi ed alla cessazione della fecondità, tendiamo ad etichettare come una generale diminutio l’odiata condizione: quasi un handicap, la generale mancanza di attributi essenziali del vero essere umano. In tale maniera inconsapevolmente assumiamo la visione molto statica e quindi mitica dell’adolescente: l’archetipo che porta con sé una molteplicità di promesse evolutive e di possibilità di divenire, dotato di un piccolo passato ed uno sconfinato futuro. Ma se l’invecchiamento è inscritto nella biologia, cioè appartiene a tutti gli esseri viventi, esiste una evidente differenza tra la nostra specie e gli altri mammiferi: loro cedono più rapidamente alla erosione del tempo sulla fisiologia, noi resistiamo.

Riflettiamo: la nostra longevità ci porta a vivere anche 50 anni oltre all’età feconda, cioè più del periodo per il quale è biologicamente spiegabile lo scopo della vita di un individuo, la procreazione e continuazione della specie. Se da un lato possiamo facilmente spiegarci come la scienza negli ultimi cento anni abbia permesso questo incremento notevolissimo della durata della vita, non saremo però soddisfatti finché non riusciremo ad attribuire un significato alla longevità. Insomma il problema potrebbe essere: perché, a quale scopo, magari con l’organismo consumato ed inefficiente, vogliamo ostinatamente vivere e differentemente dalle altre specie lottiamo per continuare ad esistere? Cos’abbiamo di così importante da fare?

Una delle tesi centrali di Hillman è che per la nostra specie la vecchiaia è quella porzione di tempo indispensabile affinché ogni singolo individuo porti a compimento il suo proprio carattere. A quarant’anni già abbiamo un carattere, ma la nostra struttura psicologica sta ancora acquisendo stimoli ed organizzando l’azione: siamo ancora molto giovani! Rischiamo di vivere facilmente cento anni! Bisogna allora affrontare il tema della vecchiaia con un approccio psicologico perché comprendere il significato di questo fenomeno della longevità diventa impellente e concorre all’igiene mentale di ognuno di noi. Insomma diventa importante ciò che pensiamo: se adottiamo una spiegazione puramente biologica sposiamo la tesi dell’inutilità della vecchiaia in quanto età dell’inefficienza fisiologica, ed è evidente a tutti che convivere con questa interpretazione è quantomeno riduttivo e tendenzialmente depressivo. Se vogliamo abbandonare la trita descrizione disfunzionale della condizione anziana, la prima operazione da compiere consiste nel non considerare l’invecchiamento solo come un processo che porta alla perdita di attributi di efficienza. Proviamo invece a considerare la vecchiaia una struttura dotata di una sua natura essenziale.

L’affascinante ma anche realistica tesi di Hillman è che l’“inutilità”  sia utile all’interno di questa struttura: la trasformazione biologica visibile degli individui diventa per i più giovani una narrazione, un elemento della memoria nella collettività, la personificazione di un microcosmo, ma non solo. Con l’aiuto della psicologia di grandi autori affronteremo nei prossimi articoli questo tema che qualcuno vive come un appuntamento non sempre gradito… (ma si sta sbagliando).

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