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Stoccolma

Turismo
06 giugno 2016

Nella terra dei Nobel

di Andrea Doncovio
Viaggio nella capitale svedese che guarda all’Europa in modo ambiguo, fiera del proprio passato e delle proprie tradizioni. Ma con il rischio di non comprendere il futuro.
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Il municipio di Stoccolma (ph. Trygg Sthlm Heli)
Turismo
06 giugno 2016 di Andrea Doncovio Image

Osservare con attenzione l’acqua mentre scorre sotto il ponte che unisce l’isola di Riddarholmen con quella di Gamla Stan aiuta a comprendere Stoccolma. Una città simbolo di un intero Paese, ineluttabilmente marchiata dalla natura. Un terzo della superficie della capitale della Svezia è costituito dall’acqua. Acqua che scintilla al sole estivo e che si congela d’inverno. Perché a queste latitudini il clima diventa un discrimine fondamentale nella vita delle persone. Una città dove nei mesi estivi il sole sembra non tramontare mai, mentre in quelli invernali vederlo sorgere rappresenta un miracolo da attendere con ansia ogni giorno.

Anche per questo motivo, nella straordinaria lucentezza dei primi giorni di giugno, tutti gli abitanti sembrano delle lucertole affamate di luce: businessmen in bicicletta, giovani in t-shirt impegnati nel jogging lungo i viali dei parchi cittadini, coppiette o intere famiglie distese ad abbronzarsi sull’erba delle spiagge naturali del centro, senza disdegnare un tuffo rinfrescante in mare.

A disturbare la quiete, all’improvviso, suoni di clacson e musica a tutto volume. Scortati da un furgone della polizia, sulla strada appaiono tre camion normalmente utilizzati per il trasporto della ghiaia. Al loro interno, però, ci sono decine di studenti festanti, con in mano lattine di birra e altri alcolici, scrutati a vista da addetti del servizio d’ordine. Sono i maturandi che, per tradizione, festeggiano così – scorrazzando per ore lungo le strade cittadine – la fine della scuola, tra lo sguardo perplesso dei turisti e quello adorante di genitori appostati sui marciapiedi con tanto di cartello ricordo con la foto dei figli da bambini.

Perché le tradizioni, per questa città e per tutti gli svedesi, sono una cosa seria. Da un lato le radici che danno forza alla propria storia, dall’altro un mantra che aiuta a perpetrare nel tempo le certezze di un passato che la globalizzazione sta facendo vacillare in maniera sempre più burrascosa.

Per comprendere meglio il concetto è sufficiente attraversare uno dei tre ponti che collegano la città vecchia e il suo complesso di palazzi del potere con l’isola di Sodermalm: ex quartiere operaio divenuto luogo preferito di residenza di artisti e musicisti. Tra i numerosi locali e le gallerie d’arte, le facce della gente sono la testimonianza di una multietnicità totale. Se i tratti somatici più diffusi sembrano quelli mediorientali e nordafricani, le numerose donne a passeggio – giovani e anziane – che indossano il velo tolgono ogni dubbio sulla crescente presenza della comunità musulmana in città.

Molti uomini sono invece seduti ai tavoli posizionati all’esterno dei numerosi bar gestiti da turchi, pachistani e siriani. Parlano nella propria lingua d’origine e vestono secondo le loro usanze. In un Paese vasto quanto l’Italia ma che non raggiunge i 10 milioni di abitanti, gli stranieri rappresentano circa il 14% della popolazione. Un dato che, per essere meglio interpretato, va correlato a un’altra cifra: 115.845. Ovvero il numero di stranieri giunti in Svezia nel solo 2013. Un incremento mai vissuto prima nella storia del Paese, che rischia di scuotere le certezze di una società poco abituata ad affrontare gli imprevisti.

Come quelli che altri dati – riferiti all’occupazione – nascondono dietro l’angolo: da un lato solo il 62% degli stranieri arrivati negli ultimi 5 anni lavora (il dato più basso della media OCSE), dall’altro l’aumento della disoccupazione tra i giovani svedesi.

Per avere conferma del fenomeno è sufficiente una passeggiata nel parco della splendida biblioteca cittadina, nell’area di Oden Plan: tra le immancabili fontane e un altrettanto immancabile Mc Donald’s, la maggior parte delle panchine sono occupate da senza tetto con i capelli biondi e gli occhi azzurri. I più dimostrano un’età sotto i 40 anni: tra le mani tengono una bottiglia di birra, tra i piedi un fagotto con l’occorrente per trascorrere la notte all’addiaccio.

In questa terra del nord, riuscita a restare ai margini di due conflitti mondiali e dove i negozianti di souvenir della città vecchia accettano con orgoglio solo pagamenti in corone svedesi (mentre i cambiavalute prediligono nell’ordine dollari, sterline e euro), la stabilità del futuro si gioca proprio sull’integrazione.

Perché se i giovani senza tetto di Oden Plan e gli immigrati musulmani di Sodermalm saranno lasciati a vivere vite parallele destinate a non incontrarsi mai con il resto della società, la dura legge dei numeri presenterà il conto prima del previsto. E potrebbe essere salato non solo per la Svezia, prototipo a suo modo inconsapevole del futuro labile e incerto dell’Europa intera.

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