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Giovanni Francesco Fortunio

Cultura e Spettacolo
02 agosto 2016

Un giallo rinascimentale

di Vanni Veronesi
Il 12 gennaio 1517 ad Ancona viene trovato il cadavere dell’umanista friulano. Autore della prima grammatica italiana a stampa, la sua morte è un enigma ancora aperto
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Pordenone: il Duomo e Palazzo Ricchieri, cuore della città rinascimentale in cui è nato Giovanni Francesco Fortunio (ph. V. Veronesi)
Cultura e Spettacolo
02 agosto 2016 di Vanni Veronesi Image

Gli anni giovanili

È il mistero a segnare la vita di Giovanni Francesco Fortunio, fin dalla sua nascita, contesa fra Pordenone e Zara in un anno collocabile fra 1460 e 1470: più probabile la città friulana, stando ai documenti che lo riguardano. Di certo è proprio a Pordenone che Fortunio compare per la prima volta nelle cronache, legato a quel curioso circolo di intellettuali riuniti attorno al notaio Princivalle Mantica, il cui palazzo cittadino è allora il salotto più colto del Friuli: vi sono ospiti fissi gli Amaltei, il poeta Quinto Emiliano Cimbriaco e soprattutto Marcantonio Sabellico, umanista laziale che capisce subito il valore del giovane friulano, tanto da diventare suo maestro. In questo ambiente Fortunio si forma alla cultura e alla giurisprudenza, le due passioni che muoveranno tutta la sua vita. Ed ecco che nel 1497 lo troviamo a Trieste in qualità di giudice civilista e, subito dopo, di penalista, attività che lascia l’anno successivo per mettersi in proprio: diventa così consulente giuridico e avvocato. La sua abilità gli vale incarichi prestigiosi: diventato cittadino giuliano, su richiesta del prefetto Erasmo Brasca ha il compito di risolvere alcune contese con Venezia, dove sbarca nell’agosto del 1500.

Questioni fra eruditi

Per un pordenonese del Rinascimento, arrivare a Venezia all’alba del XVI secolo ha l’effetto di uno shock: più di Firenze, più di Roma, più di qualsiasi città del nord Europa, è nel cuore della Serenissima che il mondo intero si dà appuntamento per commerciare, cercare fortuna e soprattutto evolversi culturalmente. Simbolo di questo spirito avanguardista è una tipografia in campo S. Agostino, diretta da una celebrità: Aldo Manuzio. Laziale, compagno di studi di Pico della Mirandola, una volta approdato a Venezia fonda una casa editrice attorno alla qua le si riuniscono curatori eccelsi, tra cui Pietro Bembo per i classici in volgare, Giambattista Egnazio per gli autori latini e Marco Musuro per i greci, senza contare autentiche stelle come Erasmo da Rotterdam, che nel 1508 pubblicherà grazie a Manuzio i suoi Adagia. Cataloghi promozionali, logo ben riconoscibile (un delfino attorcigliato attorno a un’ancora) e motto festina lente, «affrettati con calma»: il senso del marketing di Aldo farà scuola in tutta Europa. Spetta proprio alla sua tipografia una sequenza interminabile di editiones principes, ossia le prime stampe di autori fino a quel momento trasmessi unicamente attraverso la copia manoscritta, ma anche ristampe di opere già ampiamente diffuse, proposte in modo nuovo: nel 1501 tocca a «Le cose volgari di Messer Francesco Petrarca», quello che oggi chiamiamo Canzoniere, e l’anno successivo alle «Terze Rime» di Dante, alias la Divina Commedia.

Entrambe le edizioni sono curate da Bembo e presentano novità radicali, dal formato “in ottavo” (antenato del nostro A4), destinato a diventare il libro moderno, a ristrutturazioni grafiche che oggi consideriamo scontate: i numeri di pagina fronte e retro su ogni foglio, la definitiva sistemazione di punto, virgola, due punti, apostrofo e accento, l’invenzione del punto e virgola e la creazione del carattere corsivo (che all’estero è, non a caso, definito «italico»). Cambiamenti epocali, che fanno meditare Fortunio su quello che dovrebbe essere il passo successivo: dopo aver normalizzato la punteggiatura, è arrivato il momento di ordinare una volta per tutte la lingua volgare, con regole universalmente riconosciute. Possibilmente prima che lo faccia il circolo aldino, dimostratosi arrogante con una pubblicazione di Egnazio, intrisa di insulti contro il lavoro filologico dell’amico e maestro Sabellico.

Genesi di un capolavoro

Escludere il team manuziano, in un momento in cui a Venezia la concorrenza quasi non esiste, significa una cosa ben precisa: fondare una propria tipografia, chiedendo come da prassi il permesso alla Serenissima. La richiesta viene effettuata il 28 novembre 1509: un privilegio per pubblicare «versi in laude de questa Excellentissima Republica et… regule grammaticali de la vulgar lingua, cum le sue ellegantie et hortographia, et altre opere a niuno injuriose». Se i versi in lode della Serenissima sembrano piazzati lì per pura ruffianeria – ingenua più che colpevole –, il riferimento alle opere «a niuno injuriose» è evidente: i suoi libri non offenderanno nessuno, a differenza di quelli aldini. Fra questi due estremi c’è appunto il progetto delle Regule grammaticali, ma nel frattempo la Trieste di cui Fortunio è patrizio si trova di nuovo in rotta con Venezia: l’autorizzazione sperata, inevitabilmente, non arriva. Giovanni Francesco torna dunque a casa, ma il conflitto ha ripercussioni gravissime sull’economia della città giuliana; pochi anni dopo, nel 1514, la moglie Pasuta ci informa che il marito è ormai altrove. Ricompare infatti nell’agosto 1516 ad Ancona, in qualità di luogotenente.

E proprio qui, per i tipi di Bernardino Guerralda, un mese dopo escono le tanto attese Regole grammaticali della volgar lingua, in due libri: è la prima grammatica della lingua italiana pubblicata a stampa. Un record assoluto che suscita l’invidia dell’avversario Pietro Bembo, dal quale piomba immediatamente l’accusa di plagio: Fortunio, a suo dire, gli avrebbe soffiato l’idea e la stessa impostazione metodologica, ma sta di fatto che la corrispondente opera bembiana, Le prose della volgar lingua, uscirà appena nel 1525.

La prima grammatica italiana

Rileggere oggi, 500 anni dopo, le Regole dell’umanista pordenonese è un’esperienza intellettualmente esaltante. L’esigenza primaria è porre delle regole per evitare confusione, come in questo passo emblematico riguardante l’uso dei pronomi soggetto (egli, ella) e complemento (lui, lei, loro etc.): «Diremo che questi pronomi lui, lei, loro, cui, altrui, come persone agenti non si propongono a verbi operatione significanti, onde non si dirà lei mi vide, lui mi disse, ma ella mi vide, egli mi disse».

Interessante anche il paragrafo sugli articoli determinativi «della prima» (‘categoria’, ossia maschili) e «della seconda» (femminili), divisi in numero «minore» (singolare) e «maggiore» (plurale): «Gli articoli della prima nel minor numero è il o vero lo e del maggiore gli, li, i […]; della seconda la nel numero del meno, le nel numero del più. Ma gli dui articoli ultimi si giongono regolarmente con adiettivi, più che con sostantivi, e gli altri dui si giongono con gli uni e gli altri […]. E dirassi gli huomeni, le donne, […], i cattivi, la tua virtude, le tue virtudi. Ma degli articoli del minor numero maschile è da sapere, che non si pongono senza diferentia, perché dove la voce seguente comincia da vocale lo si dice, non il, come Petrarca: “Lo ardente nodo ov’io fui d’ora in hora”; “L’oro e le perle e i fi or vermigli e bianchi”; e così altrove. E dove la voce che segue ha principio da consonante, il si dice, come il mio adversario, il successor di Carlo, il mal mi preme, il cantar nuoce […]».

Chiarezza, essenzialità, esaustività: a ogni definizione segue un esempio, quasi sempre tratto da Dante, Petrarca e Boccaccio, secondo lo schema delle “Tre Corone” ancora oggi seguito a scuola. L’idea è semplice: il volgare dovrà seguire questi modelli di scrittura, con uno sforzo ulteriore per appianare le divergenze e gli usi ormai superati o contraddittori. Come Dante, che alterna il maestro (uso moderno) a lo maestro (uso arcaico): un esempio citato non per criticare il sommo poeta, bensì per dimostrare che ‘il’ è già attestato nella Divina Commedia e dunque è ancora più legittimato a sostituire definitivamente ‘lo’ davanti a consonante. Siamo dunque all’origine della lingua italiana così come la parliamo oggi: un vero e proprio atto di fondazione, un momento cruciale nella nostra storia.

Ombre sul giallo

Il progetto di Fortunio è quello di arrivare a cinque libri; dopo i primi due dedicati a morfologia e ortografia, Giovanni Francesco mette in cantiere sintassi, lessico e metrica. Il lavoro, però, si interrompe bruscamente la mattina del 12 gennaio 1517, quando il grammatico pordenonese viene trovato in una pozza di sangue ai piedi del Palazzo Pretorio di Ancona. Il Consiglio, riunitosi in seduta straordinaria, respinge la richiesta del figlio di ottenere 20 fi orini per seppellire il padre, decretando «che li magnifici signori anziani e regolatori abbino autorità di fare sepelire lo corpo di messer Jo. Francesco Fortunio […] defunto, cum conseglio del vicario del vescovo et delli maestri di sacra teologia, per esserse ammazzato lui medesimo da desperato: ma non possano spendere ultra decem fiorini». Poca cosa per un servitore della città apprezzato da tutti, come testimonia Pierio Valeriano nel suo libro dall’eloquente titolo: De litteratorum infelicitate, «Sull’infelicità dei letterati» (1620). Rispetto alla tesi del suicidio, che pure è riportata come probabile, Valeriano aggiunge una nota inquietante: est in Praetoria platea de palatii fenestris lapsus, ignorato auctore, «cadde nella piazza del Pretorio dalle finestre del palazzo, ma se ne ignora il responsabile», aggiungendo poi «forse se stesso». L’appunto è tutt’altro che peregrino: il semplice fatto che sia contrapposto alla versione ufficiale getta ombre inquietanti su una morte comunque inspiegabile per un avvocato e filologo all’apice della carriera. La cui opera, tuttavia, conquisterà l’Italia, come testimoniato dalle innumerevoli ristampe in tutto il Cinquecento. Rendendo giustizia a una vita troncata troppo presto.

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