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Cambiamenti sociali

Psicologia
30 aprile 2013

Pensione? Magari!

di Giuliana De Stefani
L’allungamento dell’età lavorativa e le implicazioni sul benessere psicofisico delle persone.
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2034
Psicologia
30 aprile 2013 di Giuliana De Stefani

 

Nell’ultimo anno abbiamo sentito parlare molto delle pensioni di vecchiaia, un’istituzione pensata per garantire la sopravvivenza della persona ormai stanca, invecchiata e con energie ridotte.

È esploso il tema dell’età pensionabile, cioè della maturazione del diritto a terminare l’impegno lavorativo per finalmente ricevere un reddito che negli anni era stato accantonato sottraendolo dal salario o dallo stipendio. In particolare è stata prodotta la legge più severa in Europa che ha penalizzato le lavoratrici italiane, aumentando in un solo colpo di 10 anni l’età per accesso alla pensione. Ma è stata pensata anche una manovra correttiva, apparentemente una mano tesa a chi si vedeva sfumare la meta da sotto il naso: la pensione anticipata con l’ “Opzione Donna”.

Con questo istituto, la fascia di persone ormai vicina alla pensione che se l’è vista scippare e procrastinare di parecchi anni, può accedere a un pre-pensionamento, ma perde il diritto al calcolo economico col metodo retributivo più vantaggioso e viene ulteriormente penalizzata di più del 30% della pensione calcolata col metodo contributivo: perde quindi un terzo di una pensione già ridotta. Non c’è dubbio, qualcuno sa fare molto bene i calcoli ed è stato capace di portare un ulteriore “risparmio” allo Stato in dissesto.

Quando pensiamo alla pensione, a un’epoca in cui non saremo più dominati dai ritmi della vita produttiva in cui da adulti siamo inseriti, sviluppiamo fantasie sull’utilizzo del tempo. A seconda del nostro carattere individuale, dello stile di vita consolidato, dell’ambiente fisico e sociale in cui siamo inseriti, queste nostre proiezioni mentali potranno assumere connotazioni molto varie.

Ma quando insorgono queste fantasie? Tralasciamo i casi di lavori usuranti, rischiosi o molto faticosi, e quelli in cui il disagio sul posto di lavoro sia accentuato, per i quali è logico attendersi fantasie di fuga e compensatorie di una sofferenza psicologica. Più normalmente, se una persona svolge un’attività sufficientemente appagante, è probabile che inizi a pensare alla pensione quando interiormente comincia a pulsare un segnale di conclusione di un ciclo di vita.

Non è una consapevolezza che abbiamo spesso, ma la nostra vita si dipana lungo varie stagioni, i cicli di vita, e ognuno di questi è caratterizzato da un tipo di condizione fisica, psicologica e da una serie di attività prevalenti.

Tradizionalmente nelle fasi di vita identifichiamo l’infanzia, la preadolescenza, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. Ciò che è interessante è ricordare che, nelle varie epoche, la durata di questi cicli è variata moltissimo. L’aspettativa di vita maturata dagli europei nel terzo millennio supera gli ottant’anni sia per gli uomini sia per le donne: ciò significa che dobbiamo attenderci, rispetto a cento anni fa, un fenomeno di dilatazione temporale di alcune fasi. Ad esempio, è facile notare come la fase dell’adolescenza, con le sue peculiarità comportamentali e psicologiche, si sia prolungata ben oltre il vetusto indicatore dei diciott’anni… un tempo indicato come la soglia per la maturità.

Non analizzeremo ora le cause di tale slittamento, poiché ci interessa focalizzare l’attenzione sulla “coda” dei cicli di vita: cosa sta accadendo nella zona di transizione “maturità – vecchiaia”? Ci sono molte persone che appartengono statisticamente all’area “maturità”, poiché ne mantengono i comportamenti produttivi tipici, quindi lavorano, allevano, educano, ma che sotto il profilo della condizione psicologica e/o fisica scoprono all’improvviso di essere entrati nella fase successiva, quella che finora abbiamo chiamato anzianità o vecchiaia.

È molto probabile che ai ministeri che si occupano di produrre le normative sulle pensioni non importi nulla della condizione psicologica individuale di lavoratori e lavoratrici: rileva solo la questione della spesa pubblica. Il disagio psicologico diffuso sembra non sia un costo economico per lo Stato. Ma lo sarà la spesa sanitaria in crescita per il mantenimento prolungato sul posto di lavoro di persone che hanno già dato il loro contributo lavorativo per 40 anni. Quindi, se ti sentivi pronto per il grande passaggio, ed è stato bloccato, e puoi uscirne solo perdendo molto denaro (pensione molto ridotta), come farai ad arginare una condizione di stress indotto, che ha deluso legittime aspettative contrattuali e che si somma al crescente stress tipico del convulso stile di vita attuale?

Parlando con molte persone ho potuto rilevare un prevalente stato di rassegnazione, un senso di impotenza da “suddito”, non certo da “cittadino” di uno stato moderno. Potremmo avviare un’analisi sociologica delle reazioni a imposizioni così severe, come la riforma pensionistica, ma mi preme molto di più individuare le risorse che ogni persona possiede per arginare e contenere ciò che viene vissuto come un male incombente.

Innanzitutto serve prendere coscienza di un vantaggio evidente: effettivamente vivremo tutti più a lungo, e dai 65 agli 85 anni disporremo grossomodo di un trentennio! In questo lasso di tempo la medicina continuerà nei suoi progressi, garantendoci una longevità meno deteriorata dal punto di vista mentale (lotta alle demenze) e infliggendo molte sconfitte a numerose malattie, soprattutto quelle degenerative: insomma, molti di noi non arriveranno agli ottanta o novant’anni decrepiti e rimbecilliti, ma ancora capaci e dignitosi. Nel prossimo trentennio potrebbe affermarsi un fenomeno di cui già abbiamo le avvisaglie: il consolidarsi di una consistente classe di popolazione anziana in buono stato di salute fisica e mentale, capace di dare il suo contributo umano e esperienziale alle giovani generazioni e, perché no, ai nuovi governi.

Personalmente mi sembra chiara la necessità di meglio identificare il pensionamento come un nuovo ciclo di vita dalla consistente durata: non più maturità, non ancora vecchiaia. Quelle energie che il sessantenne lavoratore inserito da quarant’anni nella routine produttiva non ha più, non sono del tutto perse e irrecuperabili. È ben noto il meccanismo psicologico che blocca l’attivazione del cambiamento e la mobilitazione delle risorse: è la saturazione, generata da ripetitività prolungata di uno stimolo o di un compito.

Se dopo quarant’anni di lavoro siamo saturi, possiamo immaginare come saremo dopo 45 o 47? Se non operiamo per valorizzare il nuovo ciclo di vita facendolo diventare produttivo per la società intera, temo dovremo accettare un degradante scenario futuro: una popolazione anziana con un prevalente desiderio di “non fare niente”, passiva, senza alcun interesse personale e senza alcuna propensione a cercare nuove soddisfazioni né a partecipare alla vita sociale, staccata inesorabilmente dalle generazioni giovani. E con davanti trent’anni di vita di scarsa qualità psicologica.

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