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Giuliano Sadar

Attualità
20 luglio 2015

Il senso della verità

di Margherita Reguitti
Il 4 agosto 1972 Trieste è teatro del primo attentato palestinese in Italia. Una strage mancata che un giornalista Rai ha narrato in un libro. «Riscoprendo il significato di questo mestiere».
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Giuliano Sadar, giornalista della sede Rai di Trieste, nel suo nuovo libro “Il grande fuoco. 4 agosto 1972: l’attentato all’oleodotto di Trieste”, edito da MGS Press, racconta fatti, documenti e testimonianze del primo attentato palestinese in Italia avvenuto a Trieste, un mese prima della strage di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco.

Un libro in divenire e in continuo approfondimento attraverso la rete, nel blog denominato “Il fuoco e il silenzio”, aperto a seguito della recente uscita del volume nelle librerie.

Che cosa è successo a Trieste il 4 agosto del 1972?

«Attorno alle 2.30 ci fu un attacco esplosivo ai serbatoi petroliferi del deposito costiero della Siot, capolinea della linea Tal che allora come oggi riforniva la Baviera e l’Austria per il 90% del fabbisogno di greggio: un punto strategico  importantissimo e ad alto rischio. Un numero imprecisato di persone, almeno otto, tagliò le reti dell’impianto e applicò alle valvole di 4 serbatoi 30 chilogrammi di esplosivo a innesto chimico ritardato. Tre scoppiarono, una resse».

Perché venne scelta Trieste e, soprattutto, questo obiettivo?

«Trieste, sede del deposito costiero, rappresentava il mondo occidentale che i palestinesi volevano attaccare. Era da diversi anni che chiedevano, invano, all’Occidente di prendere una posizione chiara sulla questione israelo-palestinese».

Che cosa non ha funzionato nel piano, evitando così una strage?

«Fu un attentato che solo per caso non finì in tragedia; quel giorno le condizioni meteo erano di tempo sereno e assenza di vento, per questo non ci fu alcuna “contaminazione” e non si verificò lo scoppio del serbatoio 44, il più vicino a Trieste. L’intenzione degli attentatori era provocare un contagio fra i serbatoi con esplosioni a catena. Ciò avvenne in un solo caso, quando il pomeriggio seguente, fuoco e petrolio tracimarono dal serbatoio 54 al 55 e innescarono un’enorme esplosione e un’onda termica di 800 gradi che mandò all’ospedale 17 persone e costrinse all’evacuazione di parte degli abitati di San Dorligo della Valle e Caresana. L’incendio, alimentato dalla combustione di 3 tonnellate al secondo, creò un fungo di fumo visibile sino a Venezia e ancora più un là».

Chi furono gli esecutori e chi i mandanti?

«Vennero condannate due donne francesi, la 46enne Marie Therese Lefebvre e la 26enne Dominique Jurilli, giunte in aereo da Parigi e atterrate a Venezia dove noleggiarono un’automobile, e due algerini: Chaban Kadem e Mohamed Boudia, quest’ultimo capo dell’operazione, ucciso dagli israeliani del Mossad dieci mesi dopo a Parigi con un’autobomba. Ma i partecipanti all’attentato furono almeno il doppio. L’operazione fu rivendicata da Settembre Nero, la base logistica era probabilmente in Svizzera, a Ginevra».

Trieste città di confine: vi fu una protezione della ex Jugoslavia di Tito, Paese non allineato?

«Vista la posizione particolare di Trieste è ragionevole l’ipotesi che, per garantire agli attentatori una sicura via di fuga, la Jugoslavia ci fosse in mezzo. Si parlò anche di campi militari palestinesi oltre confine».

I servizi segreti italiani e quelli internazionali sapevano?

«Non ne erano all’oscuro i servizi francesi, che già mediavano con i palestinesi per evitare grattacapi in territorio transalpino. Le resistenze messe in atto dalle autorità francesi nei confronti dell’indagine sono la riprova di questo».

Quali erano allora i rapporti fra i palestinesi e il governo italiano?

«Controversi, essendo il SID (Servizio Informazioni Difesa, ndr) diviso fra il generale Adelio Maletti, filoisraeliano, e l’ammiraglio Fulvio Martini, filoarabo, in una situazione di tensioni legate all’approvvigionamento di petrolio, per cui gli arabi era importante tenerseli buoni. Queste fibrillazioni terminarono con la stipula di un trattato segreto fra governo italiano e Palestinesi, il cosiddetto “Lodo Moro” che concedeva ai palestinesi l’uso del territorio italiano come base logistica di armi ed esplosivi, in cambio della “pace terroristica” e di un accesso privilegiato al petrolio. Un accordo che resse fi no al 1984. Di questo patto, Aldo Moro, prigioniero delle Brigate rosse, parlò in tre lettere, chiedendosi perché tanta fermezza sul suo caso, quando per anni lo Stato era stato così malleabile con i palestinesi. Una vicenda della quale per anni si è finto di non sapere».

È stato difficile rintracciare le fonti per ricostruire i fatti?

«Difficile, ma entusiasmante. Perché mi ha fatto riscoprire il senso del mestiere di giornalista e scrittore: la scoperta delle cause e dei fatti nonostante la complessità della vicenda. Il lavoro è durato tre anni nei quali ho consultato in primo luogo gli atti dell’indagine, custoditi in Procura a Trieste, e la stampa dell’epoca. A Roma, all’Archivio storico del Senato, ho  rintracciato gli atti e i documenti delle commissioni Stragi, Moro e Mitrokhin. Preziosissimo è stato il contributo del giudice Rosario Priore, che ha anche firmato l’introduzione del libro».

Il terrorismo degli anni ’70 in cosa si differenzia da quello di oggi?

«Quello di Settembre Nero era un terrorismo laico, mai nelle rivendicazioni si fece riferimento ad Allah o al Corano. L’Isis oggi ha matrice religiosa e ha un progetto espansionista, allora i terroristi combattevano per la liberazione della loro terra, la Palestina».

Quale sarà il prossimo impegno di scrittura?

«Il grande fuoco mi è costato molto impegno ma, dopo la notizia che i carabinieri stanno desecretando i 14 mila documenti sulla strage di Peteano, non so se resterò con le mani in mano».

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