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Friulani sulla Transiberiana

Società
19 giugno 2015

Come una porta sul mondo e una porta sul mare

di Vanni Veronesi
Una delle più incredibili opere dell'ingegneria umana poté fare affidamento sulla professionalità di 300 nostri corregionali. Ecco la loro storia.
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Gruppo di operai di Coltura di Polcenigo ritratti in un cantiere lungo la Transiberiana. Anno 1908 (ph. Angelo Floramo)
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19 giugno 2015 di Vanni Veronesi Image

9.288 km, 7 fusi orari, 2 continenti, 87 città, migliaia di ponti, quasi 1.000 fermate e un viaggio che, da Mosca a Vladivostok, può durare fino a quindici giorni: sono i numeri della ferrovia Transiberiana, una delle più incredibili opere dell’ingegneria umana. Un’impresa titanica a cui presero parte anche trecento operai friulani, scrivendo pagine di pura epopea: questa è la loro storia.

Memorie che riaffiorano

6 maggio 1976, ore 21: la terra trema in Friuli, mietendo quasi 1.000 vittime e radendo al suolo interi paesi. Qualche giorno dopo, a Buia, dalle macerie emerge un ignoto libro di preghiere, con una scritta sgrammaticata ancora visibile in seconda di copertina:

Oggi, il primo dell’anno 1900 sfida i rigori più intensi del freddo in una lugubre e lorda baracca Giordani Luigi, in compagnia di altri tredici friulani stando sempre allegri in aspettativa di un avenire prospero e lucroso. Sta quindi a Dio il approntarcelo al quale noi tutti altri rendiamo unito i ringraziamenti. Anche il quore. Massovaja (oggi Babuškin, ndr), Siberia.

Poi, negli anni Duemila, una nuova scoperta: a Clauzetto, durante lo sgombero di una soffitta, da un baule pieno di carte credute inutili affiorano lettere e foto riguardanti la Siberia fra Ottocento e Novecento. Mentre in Russia, quasi in contemporanea, la storica Elvira Kamenščikova ritrova altri documenti sullo stesso tema. Ed è così che, unendo i frammenti sparsi a migliaia di chilometri, riemerge dopo un secolo una storia caduta nell’oblio: quella dei friulani che realizzarono la ferrovia Transiberiana, voluta dallo zar Alessandro III e dal successore Nicola II.

Storie dalla Siberia

Quando i lavori prendono avvio, nel 1891, dal Friuli arrivano soprattutto operai specializzati, considerati i migliori al mondo nel tagliare pietre e bucare montagne. Il primo è Pietro Brovedani, di Clauzetto, che giunge quando il cantiere è approdato a Omsk e procede verso Tomsk; nel 1894 chiama in Siberia 34 operai, più un altro centinaio quando la linea avanza verso Irkutsk. Da Clauzetto al cuore della Russia il viaggio dura dai quaranta ai sessanta giorni di treno: partenza da Gemona, cambio a Vienna e quindi dritti fino a Mosca, per poi raggiungere i cantieri dopo vari giorni su treni, carri, barche e anche a piedi. Prime avvisaglie di una vita che, a queste latitudini, si rivela difficilissima; d’inverno la temperatura scende fino a 60 gradi sotto zero e al mattino, per decidere se uscire o no, si fa la prova dello sputo: se si congela prima di arrivare a terra, meglio rimanere nelle baracche per non ghiacciarsi i polmoni. Le testimonianze degli stenti si sprecano, come quella di Francesco Concina, nella sua lettera alla moglie poeticamente zeppa di errori (giugno 1894): Abiamo pasato dei posti che abiamo avuto il giello alla barba 10 centimetri longi, che abiamo pasato un lago di 7 chilometri con 15 cari tuti dietro all’altro, con cinque persone per caro senpre a callopo di sopra il giello, e arivando in un paese all’altro tuti ingiellati e pieni di fame; e non trovar nula da mangiare e in tanti posti si trovava solo che pan negro e tuto ingiellato di non poterlo rompere, che se lo vedete in nei nostri paesi credete che sia un piezo di tera ingielata. […] Altro più ti dico che non ho mai pasieduto tanta sporchizia che toca posiedere qui in Siberia, che hano ragione a dirsi Siberia che sempio di tuto: cimici, pulzi, pidochi, di tuto; per le case non lavano mai la roba che si mangia.

Qualcuno annega le difficoltà nell’alcol, come Giuan dal Fai, che a ogni tappa della Transiberiana ne approfitta per ingurgitare un bicchiere di vodka; altri si rifugiano in passatempi più sani, come Domenico Indri, che da scalpellino provetto realizza due pere in pietra verde così perfette, con la loro patina di cera, da provocare la rottura di un dente da parte del capomastro nel tentativo di assaggiarne una: oggi sono esposte al museo ferroviario di Cheljabinsk.

La ferrovia, nel frattempo, avanza lungo due direttrici convergenti: dal Mar del Giappone verso Ovest e dagli Urali verso Est. Il punto d’incontro previsto è la curva meridionale del lago Bajkal ed è proprio qui che si concentra il massimo sforzo degli operai friulani, arrivati a centinaia: un’interminabile sequenza di ponti, muri di contenimento e trafori realizzati in condizioni proibitive, lottando contro rocce granitiche discendenti a strapiombo su un lago ostile, che d’estate è un’enorme superficie d’acqua di 31.722 km² e d’inverno una spettacolare distesa di ghiaccio. Talvolta non così spesso come appare: attraversandolo con la slitta Napoleone Locandin, di Pradis, vi precipita dentro, salvandosi dai cinquanta gradi sotto zero accendendo un fuoco nella taiga, e da un branco di lupi affamati arrampicandosi sugli alberi.

Non tutti, però, puntano al Bajkal: è il caso di Domenico Indri, che pure si trova in Russia per organizzare l’arrivo dei suoi corregionali sui cantieri della Transiberiana. Nel 1901, quando a Mosca inizia la costruzione del Museo di Belle Arti, Domenico vi accorre con il fratello Giuseppe e il nipotino Domenico, detto Bocje, ‘ragazzino’, in virtù della sua tenera età; il papà e lo zio, in barba alla legge sabauda del 1842 che impedisce l’espatrio al di sotto dei dodici anni, lo hanno infatti portato con loro, nascondendolo in un baule alla frontiera con l’Austria. La vita a Mosca è più leggera e la notte del 20 settembre 1902, grazie alla generosità del console d’Italia, c’è anche spazio per festeggiare a champagne il trentaduesimo anniversario della Breccia di Porta Pia. Il giorno dopo, in una lettera alla moglie, Indri scrive «che ogi qui neviga come fussi il mese di Gienajo», in un italiano stentato ma appreso con orgoglio, forse per primo nella storia della sua famiglia.

La sua origine contadina riemerge poche righe dopo, nel sottolineare come i fagioli inviati dall’amata, «seminati i primi di Giugno», sono «molti tuti e bene cressuti di enorma altezza, divenuti alla mità di agosto senza vedergli dimostrare nemeno un fiore».

Prime tensioni

La fine dei lavori sul Bajkal, nel 1904, coincide con l’inizio della Guerra russo-giapponese, nata per le rispettive mire espansionistiche su Manciuria e Corea. Il conflitto termina nel settembre 1905 con la vittoria nipponica, facilitata dai moti rivoluzionari scoppiati in tutta la Russia a partire dalla tragica «domenica di sangue» di gennaio, quando a San Pietroburgo l’esercito zarista apre il fuoco contro la folla riunitasi per chiedere riforme sociali, e proseguiti con l’ammutinamento della corazzata Potëmkin, resa celebre dal film di Sergej Ėjzenštejn. La rivolta viene fermata alla fine dell’anno, ma lo zar è costretto a riconoscere la legalità dei soviet, i consigli dei lavoratori, e della Duma, il nuovo parlamento. Nel 1906 riprendono i lavori sulla ferrovia e alcuni friulani, prima allontanati per ordine dello zar, vengono richiamati sui cantieri per il raddoppio dei binari. I disoccupati, invece, si dividono: alcuni tornano in Italia, altri si stabiliscono in Russia.

La catastrofe e il ricordo

Allo scoppio della Grande Guerra, nel 1914, il Friuli è spaccato in due fra Italia, ancora neutrale, e Austria-Ungheria, in conflitto con la Russia. L’anno successivo il regno sabaudo entra nella contesa e dunque, per evitare qualsivoglia solidarietà con i corregionali sotto l’insegna tricolore, i friulani vengono inviati dagli austriaci sul fronte russo. Per poi trovarsi, caduti prigionieri degli zaristi, ai lavori forzati proprio sulla Transiberiana, accanto ai conterranei di nazionalità italiana. Nel 1917, però, la Russia esce dalla guerra per il dilagare della rivolta sovietica, che culmina nella Rivoluzione d’Ottobre e nell’assassinio della famiglia imperiale, il 16 luglio 1918. Qualcuno non regge il colpo: il clauzettano  Giovanni Toneatti, ormai russo d’adozione, si suicida di fronte alla caduta di quel mondo che ha contribuito a creare. Ma per gli altri friulani non c’è tempo da perdere: tagliate le vie di fuga a occidente, quasi tutti scappano a est, proprio lungo la ferrovia costruita con il loro sudore.

Alcuni puntano in Cina, dove vengono ingaggiati dall’ambasciatore di Francia, in virtù della loro forza fisica, nell’annuale gara di tiro alla fune contro i reparti britannici, fino ad allora sempre trionfatori: in cambio di vittoria, c’è in palio il ritorno in Europa su una nave francese… e così avviene! A organizzare la disperata rincorsa verso Vladivostok, capolinea della Transiberiana e porto d’imbarco verso la salvezza, c’è invece la contessa Pierina Savorgnan di Brazzà, da anni residente a Irkutsk: è anche grazie a lei che molti salpano tra il 22 e il 23 febbraio 1920 sull’England Maru e la Texas Maru, battenti bandiera giapponese, per sbarcare a Trieste il 12 aprile dopo un viaggio incredibile attraverso i mari del Sud. Non tutti, però, ce la fanno: Luigi Giordani, che ha sperato in quell’avvenire prospero e lucroso riemerso nel ’76 dalla macerie del sisma, muore di polmonite al largo dello Sri Lanka.

In Russia, intanto, la situazione precipita; morto il leader rivoluzionario Lenin, Iosif Vissarionovič Džugašvili arriva ai vertici del potere, forte di un soprannome assunto negli anni della clandestinità: Stalin, «uomo d’acciaio». Che in pochi anni condanna a morte tutti i possibili concorrenti alla guida del partito bolscevico e trascina la Russia nel terrore degli stermini di massa. Per i friulani rimasti nella neonata Unione Sovietica, sospettati di spionaggio in favore del regime fascista insediatosi nel ’22 in Italia, c’è una sola possibilità di salvezza: cambiare la propria identità. Ma per ingannare Lavrentij Berija, capo della polizia staliniana, ci vuole ben altro: arrivato a Irkutsk per svolgere indagini, si diffonde la paura. Giuseppe Minisini, buiese, riesce a passare il confine con il nome di Ivan Osipovic, ma è uno dei pochi fortunati: gli ingegneri Francesco Domenico Fontana e Luigi Giovanni Oliviero vengono condannati alla fucilazione, mentre l’operaio Domenico Francesco Antonelli muore in carcere.

Alla dipartita di Stalin, nel ’53, saranno tutti riabilitati. E oggi il loro ricordo torna a splendere in quella Russia che, come diceva Boris Pasternak nella poesia Le onde, è «come una porta sul mondo e una porta sul mare».

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