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Don Loris Benvenuti e l'associazione La Viarte

Attualità
14 aprile 2012

La fiducia che educa

 di Andrea Doncovio
Una volta ospitava i tossicodipendenti in cerca di redenzione. Ora tra le sue mura educatori professionali e sacerdoti salesiani prestano la loro opera in favore di giovani in situazioni di disagio. Questa, e non solo, è la realtà de La Viarte.
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Don Loris Benvenuti
Attualità
14 aprile 2012 di 
Andrea Doncovio

All’interno del refettorio giovani ragazzi scherzano tra loro mentre ultimano i preparativi per il pranzo. Mi invitano ad unirmi alla compagnia, strappandomi la promessa che la prossima volta dovrò mangiare assieme a loro. «Però ci avvisa prima, così prepariamo un piatto speciale».

Ringrazio e sorrido. Quasi tutti hanno un’età tra i 13 e i 18 anni. È difficile non farsi contagiare dalla loro allegria, eppure non mi trovo né all’interno di una scuola né di un qualsivoglia gruppo giovanile organizzato. «Sono tutti ragazzi con disagi e difficoltà di vario genere – racconta Cristian Vecchiet, educatore professionale – e qui dentro facciamo seguire loro un percorso che mira a reintegrarli a livello personale e sociale».

Il “qui dentro” è l’Associazione La Viarte Onlus, un’opera salesiana attiva a Santa Maria la Longa dal 1983. «Al suo avvio – spiega il direttore don Loris Benevenuti, mentre mi accoglie nel suo ufficio al primo piano di un’ala della vasta struttura – questa comunità, nata con lo scopo di accogliere giovani che si trovavano in situazioni di disagio, ospitava prevalentemente tossicodipendenti. Nel 2006, invece, abbiamo voluto svoltare, cambiando l’equipe degli educatori e puntando su ragazzi con altre problematiche».

Don Loris, partiamo proprio da qui: perché questa svolta?

«Il metodo educativo salesiano prevede quale elemento imprescindibile la fiducia. Con i tossicodipendenti è molto difficile lavorare sull’ambito fiduciario: la gran parte di loro sono bugiardi da Olimpiade. Questo obbliga sempre a fare la tara su quello che dicono: un contesto praticamente impossibile per operare secondo le nostre convinzioni».

Ai giorni nostri chi sono quindi gli ospiti della Viarte?

«Si tratta sempre di giovani dalle problematiche molto serie: da ragazzini con condizioni familiari difficili e complesse, passando per svariate situazioni di complicate integrazioni sociali. Con tutti loro applichiamo il metodo educativo salesiano».

Con problematiche così diverse si riescono ad ottenere risultati efficaci?

«Qualcuno ci contesta per questo, ma noi ricordiamo che nella vita di tutti i giorni ragazzi “normali” e “problematici” si incontrano e si incrociano nella realtà».

Mi aiuti a comprendere il nesso...

«Taluni mi domandano perplessi come facciamo a tenere insieme nel nostro progetto educativo ragazzi per cui nel futuro si possono supporre delle problematiche psichiatriche e ragazzi cognitivamente senza problemi. Sa cosa rispondo?».

Sono tutto orecchi...

«Che se questi ragazzi avessero la stessa età e frequentassero la stessa scuola, si ritroverebbero nella medesima classe. Qualcuno mi spieghi perché per cinque ore di lezione possono stare assieme e per il resto della giornata no».

Quindi il denominatore comune è l’età?

«Noi vogliamo pensare a questa comunità in senso educativo, non psicologico. Non è la “diagnosi” che connota il percorso di questi giovani: cerchiamo di rispondere ai disagi dei ragazzi con la concretezza e la pratica della vita».

Se dico che intuisco una vena polemica nei confronti degli psicologi, cosa risponde?

«Nessuna polemica. Affermo solo la legittimità di un’interpretazione che parte dall’educazione. É innegabile l’importanza del rapporto che uno psicologo può mettere in atto, ma è anche vero che ascolta un ragazzo un’ora alla settimana mentre un educatore, per più ore al giorno, assieme a quel ragazzo condivide “praticamente” la vita nei suoi vari aspetti che diventano così esperienze educative; credo che l’educatore abbia il diritto di proporre non solo le proprie metodologie, ma anche la sua interpretazione».

Fermiamoci su questo aspetto:  cosa fanno i ragazzi all’interno della Comunità?

«Dipende dai ragazzi. Quelli impegnati nello studio, al mattino frequentano la scuola, il pomeriggio fanno i compiti e qualcuno pratica attività sportiva, mentre il fine settimana solitamente ritornano in famiglia. Per altri ragazzi, invece, non ha strategicamente senso andare a scuola».

Ovvero?

«Se a 17 anni un giovane non ha superato nemmeno un anno alle superiori, è più logico ipotizzare un inserimento in ambito lavorativo, tramite borse lavoro e piccoli impieghi in cooperative. Non tanto focalizzando l’attenzione sullo stipendio bensì sulla cultura del lavoro: imparare a essere responsabili, a fornire delle prestazioni di un certo livello, a essere rimproverati dai superiori se si sbaglia. Nella vita poi questi ragazzi faranno magari altre cose, ma intanto lavorano e seguono un percorso di crescita».

Un contesto all’apparenza positivo.

«All’apparenza. Zygmunt Bauman (sociologo polacco, ndr) scrisse in un libro che la nostra cultura produce gli scarti, cioè persone che fanno dannatamente fatica a stare a galla in questa società, che annaspano. Affettuosamente dico che all’interno della Viarte noi lavoriamo con persone che annaspano».

Affettuosamente?

«Si, ma anche con la preoccupazione di chi sa che una volta usciti da qui questi ragazzi non avranno grosse prospettive. La maggior parte di loro non possiede grandi capacità cognitive, una valida formazione o spiccate abilità. Nell’attuale contesto socioeconomico, dove già le persone brillanti hanno difficoltà a trovare un impiego, il loro futuro si presenta drammatico. Alcuni di questi ragazzi camminano sul filo della devianza, col rischio di divenire manovalanza per la criminalità».

Uno scenario decisamente fosco...

«Molti di questi giovani potrebbero essere seguiti dai Servizi per tutta la vita, altri invece sono talmente sfortunati da essere poco sfortunati, nel senso che non raggiungono il limite minimo per avere particolari tutele. Con la maggiore età, poi...».

Poi...

«L’Italia è un Paese che tutela moltissimo i minori, tutele che poi si modificano drasticamente appena compiono 18 anni. Di colpo entrano a far parte del mondo degli adulti e non ci sono più molte risorse per loro. Noi dobbiamo operare tenendo ben presente questo contesto: una sfida difficilissima, ma che vogliamo affrontare con determinazione».

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