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Luca Ferri e la compagnia Anà-thema Teatro

Cultura e Spettacolo
05 novembre 2012

A Nordest qualcosa di nuovo

di Michele D'Urso
In quarta superiore venne stregato dagli attori che recitavano Pirandello. Così, dopo la laurea in veterinaria, decise di creare la propria compagnia teatrale. «Per colpirmi, un attore deve dimostrarmi di avere un segreto». Intanto è pronta la prossima sfida: la gestione di un nuovo teatro nell’alto Friuli.
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Luca durante le prove di uno spettacolo
Cultura e Spettacolo
05 novembre 2012 di Michele D'Urso Image

È giovane, brioso, allegro, frizzante. Ma non frivolo. Assolutamente. Anzi, nel suo cuore si sente la forza dei tempi ed il valore dell’esperienza. E se lo provi non lo cambi mai più. Sembrerebbe che stiamo parlando di vini, ma siete fuori strada, perché il nostro personaggio misterioso è Luca Ferri, regista, attore ed autore.

Come detto giovane, classe 1978, con il suo Anàthema teatro di Udine sta portando una fresca ventata di novità nel panorama teatrale regionale, e non solo. Luca è un personaggio da fiaba, oserei dire cinematografico; uno che ti ricorda la famosa canzone di Bennato che recita: ‘Nei miei sogni di bambino la chitarra era una spada e chi non ci credeva era un pirata’.

Luca, quando è nata la passione per il teatro?

«Il teatro mi ha da sempre affascinato, l’ho corteggiato fi n da piccolo giocando a recitare poesie. Col passare del tempo la passione è cresciuta fi no ad una mattina che ricordo molto bene: ero in quarta superiore e ci portarono al Piccolo Teatro di Milano per assistere ad uno spettacolo: I Giganti della montagna di Pirandello. Ricordo i compagni che scherzavano e parlavano nel buio, io invece ero completamente assorto. Ma non era per la storia o per la scenografi a o per gli attori; era per qualcosa che non sapevo spiegare e che oggi riconosco come la magia del teatro. Ero tremendamente invidioso di quelle persone che recitavano e da quel giorno ho speso la maggior parte delle mie forze ed energie dedicandomi a questa meravigliosa arte».

Eppure prima si è laureato in veterinaria e solo dopo è entrato in accademia: come mai?

«A differenza di molti altri ragazzi sono entrato nella “scuola di teatro” abbastanza grande; questo mi ha permesso di essere più consapevole e cosciente del percorso. L’università mi ha fatto crescere ed in un certo senso mi ha preparato all’accademia d’arte teatrale. Tre anni di studio mi hanno insegnato quello che è il mio teatro ma soprattutto quello che non è il mio teatro».

Cosa intende?

«Prima dell’accademia, ero entrato in altre scuole come quella di Roma o la Scuola internazionale di teatro, ma senza capire fino in fondo l’insegnamento, forse per la giovinezza. Studiare il teatro mi ha dato la possibilità di studiare me stesso e di costruire un metodo per imparare a conoscere gli altri e il mondo. Studiare il teatro significa studiare l’essere umano nella sua completezza».

Quando è nata in lei l’idea di Anà-thema teatro?

«Quando mi sono diplomato in accademia avevo ben chiara nella testa l’idea di formare una compagnia come quelle di una volta, non un piccolo gruppo, non qualcosa che tenta di fare teatro, ma un vero grande teatro. Un mio maestro russo diceva: “Se pensi a realizzare un grande palcoscenico ne costruirai uno medio, ma se lo pensi medio ne costruirai uno piccolo…”. E così l’ho da sempre pensato grandissimo».

E i fatti le stanno dando ragione…

«Sei anni fa è nata l’idea di Anà-thema teatro che si è evoluta e modificata nel tempo; sono passati al suo interno molti attori, ed ognuno ha dato il suo contributo, fi no ad oggi. Da tre anni la compagnia è diventata un teatro produttivo indipendente che gestisce strutture teatrali, produce spettacoli e prosegue in un percorso di formazione, di crescita umana e professionale».

Quali caratteristiche deve avere un attore per essere preso in considerazione da lei?

«Mi interessa il lato umano degli attori: amo il carattere, le particolarità, le vite e le storie intime; diciamo che per colpirmi un attore più che saper parlare bene in dizione deve avere qualcosa da dire, deve dimostrarmi la sua unicità, deve farmi intravedere che possiede un segreto… È lì che amo lavorare con l’attore, sul suo segreto, sulle sue capacità nascoste e naturali».

Un consiglio per le nuove leve.

«Per fare questo mestiere professionalmente bisogna sacrificarsi; bisogna donare al teatro quasi tutto. Mi piace pensare al teatro come ad una persona: più gli dai e più lui ti dà in cambio. Riflettere su quanto si è disposti a sacrificare per questo mestiere ci fa capire quanto lo vogliamo davvero. Spesso ai provini arrivano ragazzi di 19/20 anni che dicono “Il teatro è la mia vita”, ma non tutti sanno quello che vuol dire».

Domanda impertinente: legge solo testi teatrali o anche la Gazzetta dello Sport?

«Leggo tutto e mi diverte leggere tutto! La Gazzetta dello Sport non è proprio tra i miei giornali preferiti, ma ho scoperto di recente che a volte ha anche la pagina della cultura, così al bar capita che durante cappuccino e brioche gli dia una sbirciatina».

Vivere della propria arte può condurre alla felicità?

«Diciamo che è un buon inizio, ma c’è molto altro nella felicità. Per esempio la colazione al bar la mattina e svegliarsi vicino alla persona amata, avere qualche giorno di vacanza in più e saper spegnere la testa ogni tanto… Nella parola felicità ci stanno tante cose».

Dicono che sta per gestire un nuovo teatro in costruzione nell’alto Friuli, roba grossa…

«Ne ho sentito parlare anch’io, ma non vorrei fossero solo pettegolezzi… Se scopro qualcosa di più, le faccio sapere».

Lei insegna anche in un teatro amatoriale, per la precisione al ‘Collettivo Terzo Teatro’ di Gorizia. Come giudica il teatro amatoriale in generale?

«Tempo fa, il maestro Jacque Copeau definì gli amatori come gli unici e veri uomini di teatro, perché lo fanno con il cuore, ma soprattutto perché sono puri ed incondizionati nel creare. Copeau  ha fondato molti teatri, ha rivoluzionato il teatro in Francia ed ha creato un metodo di studio costruendo scuole ed accademie… Mi sono spiegato?».

Chiaramente. Ma almeno nel finale voglio provare a metterla in difficoltà: le chiedo di farsi una domanda e darsi due risposte…

«La domanda che mi faccio è: “Per quanto tempo?”».

La prima risposta?

«Per sempre».

E la seconda?

«Magari domani mattina scopro che non ne vale più la pena e apro un piccolo bar. Ma col tempo finirei per farci qualcosa di teatrale, quindi…».

Quindi non ci resta che goderci i suoi prossimi spettacoli.

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