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La situazione economica nell'Eurozona

L'analisi
20 luglio 2010

Cronaca di una crisi annunciata

di Paolo Marizza
Il debito privato ha contagiato il debito pubblico, come previsto da molti economisti. E adesso, quali condizioni per il rilancio di una nuova UE?
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L'analisi
20 luglio 2010 di Paolo Marizza Image

Non è per autocompiacimento, ma semplicemente per fatto mnemonico che nell’accingermi a scrivere questo articolo ho ripercorso i temi precedentemente trattati. Nell’articolo del numero di marzo (Crisi e disuguaglianze) si diceva “(….) Queste distorsioni interpretative (dell’andamento della crisi, ndr) riguardano anche le comparazioni delle performance degli Stati a livello internazionale: ad esempio è condivisibile il fatto che l’Italia abbia tenuto meglio di altri Paesi in termini di impatti sull’occupazione e sul debito pubblico, ma ciò andrebbe letto comparando i dati sulla produttività dei fattori e sul livello del debito che posizionano l’Italia tra i paesi meno virtuosi anche prima della crisi. È come se gli altri Stati, almeno quelli industrializzati, fossero diventati più simili a noi, con debiti pubblici aumentati e sistemi di welfare poco sostenibili. Le cartucce da sparare in caso di crisi perdurante sarebbero scarse…”.

Nel secondo articolo, quello del numero di maggio (Lettera ad un risparmiatore mai nato), si diceva “(…) In questo primo scorcio d’anno le condizioni dei sistemi finanziari ed industriali rivelano un quadro d’insieme a macchia di leopardo. (….) Si è manifestata la crescente dilatazione dei deficit e dei debiti pubblici, che riguarda sia i maggiori  Paesi industrializzati (Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna ecc.), sia i Paesi mediterranei nella zona euro, creando tensioni valutarie e nei mercati obbligazionari. In questo contesto i mercati azionari hanno registrato un’importante flessione, seguita ad inizio marzo da una ripresa delle quotazioni. Il continuo alternarsi di notizie positive e negative su dati macroeconomici, industriali e delle finanze pubbliche sospinge i mercati finanziari in un ottovolante con curve pericolose: sono le curve dei tassi di interesse e degli andamenti dei mercati (azionari e obbligazionari in particolare). Senza scendere nei tecnicismi, queste curve presentano importanti disallineamenti: basti dire che se i mercati azionari salgono ci si attenderebbe che la ripresa sia robusta e che il rischio di ricadute sia minimo. Il costo del rischio dovrebbe quindi diminuire e tale componente, incorporata nelle curve dei tassi (spread), dovrebbe scendere. Ma si sta verificando l’inverso. È come se la Ferrari stesse riprendendo il cammino dei successi passati, ma i broker delle scommesse sulle vincite dei gran premi la quotassero perdente”.

Cosa stava succedendo? Si stava semplicemente verificando ciò che molti economisti e centri studi avevano previsto fin dall’anno scorso: la crisi finanziaria del debito privato (subprime etc.) si stava trasformando in crisi del debito pubblico, preconizzata dai segnali di insostenibilità dello stesso in alcuni paesi dell’Eurozona, Grecia ed Irlanda in primis. Possibile che Eurostat (l’Istat Europeo), Commissione Europea, Banca Centrale Europea non avessero orecchie per intendere, o almeno occhi per vedere? Eppure i segnali erano evidenti: deficit pubblici superiori al 10% del PIL, debiti pubblici intorno al 120% del PIL, rilevante incidenza del debito verso l’estero, prospettive di bassa crescita protratte nel tempo, exit strategies e riforme strutturali che rimanevano sulla carta, agende politiche bloccate da scadenze elettorali, ecc.

No, questa volta Ministri e Governi non possono prendersela con gli economisti, accusati due anni fa di essere degli apprendisti stregoni per non aver previsto la crisi finanziaria globale. Non possono prendersela con le Agenzie di Rating, accusate di essere delle Guide Michelin asservite ai ristoranti e di aver agito con troppo ritardo nella circostanza della crisi finanziaria ed oggi messe all’indice per aver alzato il cartellino rosso troppo presto. E nemmeno dovrebbero prendersela con le Banche, le quali agiscono secondo le vecchie regole, mai modificate dopo la crisi. Una crisi annunciata quindi: forse i Governi e le entità sovranazionali dovrebbero prendersela con se stessi per l’incapacità ed i ritardi con cui sono intervenuti nella situazione contingente, ma ancor di più per non aver rimediato per tempo alla fragilità strutturale della costruzione europea. Cerchiamo di capire meglio le dinamiche di questa nuova crisi e che cosa possiamo aspettarci.

Cosa succede quando gli Stati accumulano tanti debiti? Succede che se viene meno la capacità di rimborsarli non c’è tasso di interesse, per elevato che sia, che possa evitare l’insolvenza. Lo Stato insolvente ha quindi due possibilità: ristrutturare ed allungare la scadenza del debito oppure sostituire ai creditori privati un altro creditore che sia disponibile a prestargli denaro a tassi più bassi. Quest’ultimo creditore non può essere che un’entità sovranazionale come la BCE (Banca Centrale Europea) o il FMI (Fondo Monetario Internazionale).

Perché nel caso della Grecia si è scelta la seconda possibilità? A causa delle incertezze dei Governi europei e per la paura che un default della Grecia (simile al caso Argentina) potesse generare un effetto contagio sugli atri stati ritenuti anelli deboli dell’Eurozona.

Perché uno Stato “debole” può contagiare Stati relativamente più forti sotto il profilo delle finanze pubbliche? Perché i rischi di illiquidità o di insolvenza generano un innalzamento dei tassi di interesse che peggiorano i deficit di bilancio e per tal via aumentano il debito. Politiche fiscali restrittive (aumento tassazione, riduzione spesa pubblica, ecc.) di rientro dal debito possono risultare politicamente non percorribili anche in altri Paesi, soprattutto in presenza di situazioni di perdurante stagnazione o bassa crescita dell’economia.

Perché le Borse tendono a diventare mercati speculativi?  Perché i mercati non credono o scommettono sulla capacità degli Stati di definire e realizzare politiche e regole coordinate ed univoche di gestione delle finanze pubbliche e dei mercati finanziari, soprattutto con riferimento ai Paesi in cui la quota di debito pubblico a breve scadenza ed in valuta estera è elevata.

Perché l’Euro si deprezza? Per il timore che la crisi di fiducia di cui sopra si estenda ad altri Stati, in primis quelli in cui la quota di debito pubblico a breve scadenza ed in valuta estera è elevata, rendendosi così necessari interventi di salvataggio su larga scala, in presenza di elevati tassi di interesse, ripresa di fenomeni inflazionistici e politiche monetarie che non possono diventare restrittive (innalzare i tassi di riferimento alimenterebbe il circolo vizioso).

Perché le Borse crollano? In assenza di politiche coordinate e vincolanti i Paesi deboli dell’Eurozona potrebbero essere spinti ad uscire dall’unione monetaria. Siccome larga parte del debito di questi Paesi è detenuta da Banche ed Assicurazioni dell’Eurozona si genererebbe una crisi finanziaria sistemica di proporzioni ed impatti maggiori di quella che stavamo a fatica superando. Viene subito da dire che l’Italia in questo contesto si posiziona in mezzo, tra i Paesi forti (come Francia e Germania) ed i Paesi deboli (come Grecia, Irlanda, Portogallo, ecc.), ma è comunque chiamata a continuare nelle politiche di rigore nella gestione della spesa pubblica e nelle logiche di gestione del sistema finanziario che la Banca d’Italia e le Banche italiane hanno adottato con lungimiranza, minimizzando gli impatti sistemici negativi sull’economia.

Per uscire da questa situazione i Governi dell’Eurozona dovrebbero smettere di lanciare invettive sterili contro i mercati e gli speculatori, dimostrando altresì che hanno torto. Se gli Stati dell’Eurozona saranno capaci di darsi nuove regole ed organismi sovranazionali che integrino il deficit di compatibilità degli ordinamenti e delle politiche fiscali nazionali, superando le logiche delle direttive imposte da tecnostrutture burocratiche autoreferenziali, questa sarà l’occasione per completare il disegno dell’Unione Europea e per proiettarla verso nuovi traguardi di sviluppo sociale ed economico. Altrimenti gli scenari che ci aspettano sono quelli che portano ad un “regionalismo fiscale e finanziario” oppure, in assenza di un’efficace attuazione delle tanto evocate  riforme strutturali, ad un’ “Europa a due velocità”, con Paesi forti (nucleo centrale) e Paesi satelliti, o peggio alla “frammentazione protezionistica e nazionalista” (rottura dell’unione monetaria) (vedi figura). Un salto nel passato che non ci meritiamo come cittadini, lavoratori e consumatori.

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