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Poeti e scrittori sul fronte friulano della Grande Guerra

Cultura e Spettacolo
06 novembre 2012

«Nella demenza che non sa impazzire»

di Vanni Veronesi
Durante la Prima Guerra Mondiale, sul fronte del Friuli Venezia Giulia si concentrò il meglio della letteratura italiana e mondiale: Giani Stuparich, Scipio Slataper, Clemente Rebora, Arthur Conan Doyle, H.G. Wells e Rudyard Kipling. Nella tragedia più indicibile, la voce della letteratura era l’unica in grado di parlare: e oggi, nei luoghi di questo viaggio, ne sentiamo ancora l’eco.
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Il panorama dal Monte Calvario presso Gorizia
Cultura e Spettacolo
06 novembre 2012 di Vanni Veronesi Image

 

Due fratelli

 

Giugno 1915. Un soldato, varcato in gennaio il confine italo-austriaco a Cervignano, sta procedendo verso il fronte. Con lui, suo fratello Carlo. E un diario, in cui annotare sogni e ansie di un irredentista ventiquattrenne, rielaborati anni dopo in Guerra del ’15: sogni e ansie di Giani Stuparich. Il 25 giugno la sua truppa è a Monfalcone, al Caffè Carducci, tuttora esistente: «Benché l’aria abbia sentore di polvere e il caldo sia grande, il caffè ci sembra un locale delizioso [...]. Questa musica strimpellata tra il fracasso delle corde allentate o spezzate che l’accompagnano, questi contadini, questa gente del popolo, che ha dimenticato la febbre di ieri e di tutti i giorni di guerra passati e che domani potrebbe morire ell’assalto o sotto i ricoveri, tutto il contrasto fra quest’interno, fra questa scena di villaggio in festa, e la paurosa tragedia che continua a svolgersi fuori di queste case [...] mi pesano sul cuore e insieme me lo inteneriscono». Ma basta una notte sulla rocca, tra le mitragliatrici, per far precipitare Giani nell’incubo del conflitto; e alle trincee del Lisert, il 3 agosto, emerge la disperazione: «M’addormento, bisognoso d’una consolazione che non posso domandare agli uomini e non so implorare da Dio». Il diario s’interrompe l’8 agosto, a Udine, dove Giani e Carlo devono separarsi.

Mesi dopo, Giani è fatto prigioniero nei campi austriaci: tornerà a casa nel 18. Carlo, invece, si suiciderà il 30 maggio 1916 per non cadere nelle mani del nemico.

 

 

Vite incrociate nel dicembre del ’15

 

Assieme agli Stuparich c’era anche Scipio Slataper, già noto per il romanzo Il mio Carso (1912). Il 9 giugno fu costretto a separarsi dai due amici; il giorno dopo, a Dobbia, fu ferito e dunque congedato dal fronte. Vi fece ritorno alcune settimane dopo: destinazione, Monte Calvario. Laddove l’inferno si toccava con mano: «Io vedo che siamo uomini, che la guerra esige di più che le forze umane, che ha in sé qualcosa di superiore e di troppo più spaventevole che un uomo possa dare e sopportare», scrisse nel novembre del ’15. Così invece il 3 dicembre: «Carissima mia, come va, piccola mia? Penso sempre a te che forse starai preoccupata più del bisogno. Benché il tempo ci sia di nuovo ostile, ce la passiamo bene. Io sono completamente rimesso e resisto bene. Ma le fatiche sono dure. Qualche volta rimane soltanto la volontà a resistere e a vincere. Poi, passato quel momento, tornano anche le forze fi siche. Ma l’allegria non manca. S’approfitta di ogni 5 minuti per ridere e chiassare. [...] Ti do uno, due e tanti baci. Saluta e bacia i cari e saluta tutti. [...] Sono sicuro che tutto andrà bene».

La sorte decise altrimenti: lo stesso giorno, Scipio morì in conflitto. Un solitario cippo sul Calvario ne celebra la memoria.

Lassù fu veramente «il Calvario d’Italia», come lo definì un poeta lì presente negli stessi giorni: Clemente Rebora, che nel 13 aveva esordito con gli splendidi Frammenti lirici. Per lui, la guerra fu una catabasi negli abissi dell’orrore, come rivela Voce di vedetta morta, scritta a Piedimonte in quelle settimane: «C’è un corpo in poltiglia / con crespe di faccia, affiorante / sul lezzo dell’aria sbranata. / Frode la terra. / Forsennato non piango: / affar di chi può, e del fango. / Però se ritorni / tu uomo, di guerra / a chi ignora non dire; / non dire la cosa, ove l’uomo / e la vita s’intendono ancora. / Ma afferra la donna / una notte, dopo un gorgo di baci, / se tornare potrai; / soffiale che nulla del mondo / redimerà ciò ch’è perso / di noi, i putrefatti di qui; / stringile il cuore a strozzarla: e se t’ama, lo capirai nella vita / più tardi, o giammai».

È lo stesso dramma che leggiamo nelle sue lettere dal Calvario, come quella alla madre del 28/11/1915: «Perdona se non scrivo come vorreste - l’orrore di ciò che mi circonda (che tanfo di nostri morti insepolti, mentre l’artiglieria nostra ci accoppa in sbaglio!), l’imbestialimento e lo sforzo di tener su queste larve d’uomini; non mi lascia espressione più [...]». E si resta ammutoliti leggendo la poesia Viatico: «O ferito laggiù nel valloncello, / tanto invocasti / se tre compagni interi / cadder per te che quasi più non eri, / tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora, / pietà di noi rimasti / a rantolarci e non ha fi ne l’ora, / affretta l’agonia, / tu puoi finire, / e conforto ti sia / nella demenza che non sa impazzire, / mentre sosta il momento, / il sonno sul cervello, / lasciaci in silenzio / - Grazie, fratello».

A metà dicembre, un colpo di obice scoppiò a pochi passi dal poeta: lo shock fu devastante e Rebora passò da un ospedale psichiatrico all’altro fi no al 19. Poi, un lungo travaglio interiore che lo portò a farsi prete. La sua poesia, oggi poco nota, è fra le più grandi del Novecento.

 

 

Tre inviati di guerra d’eccezione

 

Nel maggio del 1916, «le autorità italiane espressero il desiderio che alcuni osservatori indipendenti dalla Gran Bretagna visitassero le loro linee e riportassero le loro impressioni ». Comincia così, con una giustificazione della propria opera, A visit to three fronts, opuscolo scritto da Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes.

In giugno, a Ronchi, assiste a un bombardamento: «C’era un rumore come se fossero scoppiati contemporaneamente tutti e quattro gli pneumatici, un’esplosione terrificante proprio nelle nostre orecchie, mescolata a una seconda come un colpo che si riverbera da un enorme gong. Come puntai lo sguardo all’insù, vidi tre nubi immediatamente sopra la mia testa, due delle quali bianche e l’altra di un rosso arrugginito. L’aria fu piena di metallo volante e la strada ne fu tutta sconvolta». Raggiunge poi Monfalcone e il Carso, quindi termina la sua visita friulana in Val Raccolana, dove assiste al duello fra gli Alpini italiani e gli Jaeger austriaci, «pistola contro pistola».

Tornato in Inghilterra Conan Doyle, nell’agosto del 16 arriva H.G. Wells, scrittore di fantascienza, celebre per La guerra dei mondi. Nel suo reportage War and Future, Wells non nasconde l’orrore: «È un disastro. Potrebbe anche essere un disastro necessario, potrebbe insegnarci una lezione che non si potrebbe imparare altrimenti: ma per tutto questo, insisto, rimane devastazione, sconquasso, disastro».

Wells inizia il suo percorso da Udine, poi va a Palmanova e Aquileia, dove visita la basilica; quindi Monfalcone, Sagrado e Gorizia, dove arriva una settimana dopo la sua presa da parte dell’esercito italiano (7 agosto 1916): c’è finalmente pace sul Calvario e sul monte Sabotino. Poco più in là, «sia San Martino sia Doberdò sono distrutte oltre ogni limite di rovina. Il Carso stesso è una distesa senz’acqua con piccoli alberi e cespugli: dev’essere sempre una terra desolata, ma adesso è una landa di crateri da proiettili, trincee austriache distrutte, boschetti sfasciati, ferri vecchi, rocce». Oggi, dalla stessa angolazione di Wells, il mio sguardo si posa sul rosso e il giallo autunnale della vegetazione: il Carso è diventato un paradiso.

Prima di andare in Veneto, egli attraversa la campagna friulana: «Ovunque, villaggi brulicanti di soldati vestiti di grigio; ovunque, interminabili processioni di autocarri, catene di ambulanze o carretti trainati da muli, vagoni con legname, vagoni con cavi elettrici, vagoni con equipaggiamenti, vagoni con barili, vagoni discretamente velati, colonne di fanteria, cavalleria».

A Campoformido, infine, passa davanti all’edificio in cui, secondo la tradizione, fu stipulato il famoso trattato fra Napoleone e l’Austria: oggi è una locanda.

Il flusso di scrittori-reporter inglesi non si ferma e nel giugno del 17 arriva il più grande di tutti: Rudyard Kipling.

Ma i suoi cinque articoli, ripubblicati negli anni Ottanta con il titolo unico La guerra nelle montagne, ci restituiscono un autore lontano dai romanzi Il libro della giungla, Kim, Capitani coraggiosi: stavolta, bisogna dare nuovo slancio al morale dei soldati italiani. Ed ecco il perché di questa prosa: «Veramente, come dice il poeta, la battaglia è vinta dagli uomini che cadono. Dio sa quanti figli di madri dormono lungo il fiume, dinanzi a Gradisca, all’ombra della prima barriera dell’orrido Carso! Essi possono sentire il loro popolo indomito aprirsi con fuoco sempre più la strada verso Oriente e verso Trieste. [...] I morti eroi giacciono, per così dire, in una fucina gigantesca, dove gli anelli della nuova Italia stanno ribadendosi sotto il fumo, la fiamma e il calore; calore che emana lì innanzi, dalle secche del fiume; calore che proviene dalle riarse alture elevantisi dietro a loro».

Ma Kipling ricorda anche i morti dell’esercito nemico, specie la Divisione ungherese Honwed, che ritrovo celebrata da un monumento a San Michele del Carso. E prima di lasciare il Friuli, getta un ultimo sguardo dal Calvario: «Quando ci fummo arrampicati sempre più in su per la montagna di fango, giungengo quasi entro le sue stesse viscere, attraverso gallerie e incroci di gallerie, fi no a un posto di osservazione discretamente nascosto, Gorizia rosea, bianca e turchina ci apparve, quasi addormentata, sotto di noi, in mezzo al verde dei suoi castagni, presso l’Isonzo mormorante».

Quasi un secolo dopo, salgo sul monte che ha visto la morte di Slataper, che ha assistito alla poesia di Rebora, che ha ospitato Wells, Conan Doyle e Kipling: la loro presenza si avverte ancora. Il monumento in cima è magniloquente, ma c’è una cosa che fa impressione: il silenzio, assoluto e immobile. Forse, più di mille parole, il modo migliore per ricordare i tanti caduti misconosciuti o persino anonimi che, su queste montagne, hanno dato la vita senza che nessuno scrivesse di loro.

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