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Accolti ed esclusi

Società
30 gennaio 2015

Siamo ospiti?

di Manuel Millo e Samanta Mosco
Riflessione aperta sul tema dell’accoglienza.
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Società
30 gennaio 2015 di Manuel Millo e Samanta Mosco

“Benvenuti” recita il cartello posto poco più sotto rispetto a quello che indica il nome del paese in cui stiamo arrivando. Da queste parti, zona montagna friulana, è abbastanza frequente trovare i due cartelli accoppiati; solitamente quello di benvenuto è collocato in posizione superiore rispetto alla denominazione geografica del luogo, quasi a facilitare il lettore nella lettura e successiva comprensione del messaggio.

Quei due cartelli sono solo due semplici scritte, l’una di toponomastica, l’altra di cortesia? Oppure, esprimono la gratitudine degli abitanti verso il viaggiante che si reca in quei luoghi? O ancora, sono da intendersi come una semplice espressione formale, priva di ulteriori significati? E il visitatore: che significato gli attribuisce? Si sente maggiormente legittimato e accolto a passare in quei luoghi? Oppure, la voce computerizzata nascosta nel navigatore toglie, al guidatore moderno, il piacere di guardarsi intorno e di capire dove si trova, assorto nella voce meccanica che lo guida nell’attraversamento di tale accogliente località?

La parola “benvenuti” è, per antonomasia, sinonimo di accoglienza. Dunque, che cosa significa accogliere? Ha lo stesso valore per l’ospite e per il forestiero? Cosa cerca chi richiede di essere accolto? D’altra parte, cosa cerca chi si dimostra benevolo nell’accogliere? E chi invece non partecipa al processo di accoglienza? Andando all’etimologia del termine, il verbo accogliere deriva dal latino colligere, ossia raccogliere insieme. L’accoglienza implica dunque un’apertura per legare assieme, in un paese, in una casa, in un gruppo; l’accoglienza degli stranieri nel proprio paese, di un vecchio amico o del parente malato nella propria abitazione, del bambino con “bisogni speciali” nella propria classe. Pertanto, essere disponibili ad accogliere, significa aprirsi all’altro, offrendo le proprie cosa materiali e immateriali, mettendole a disposizione.

Accogliere vuol dire prima di tutto avere profondo interesse per l’altro, per la sua umanità, per le sue idee e la sua unicità. A tal proposito torna alla mente l’immagine del fedele cane Argo che in modo incondizionato accoglie il suo padrone dopo lunghi anni di assenza. Con quale sincerità smisurata gli animali attendono il rientro del loro padrone alla dimora, per dare una calorosa accoglienza?

Accogliere vuol dire mettersi in gioco, rendendo partecipe qualcuno di qualcosa di proprio, offrendoglielo in modo incondizionato. Accogliere significa ricevere con varia disposizione d’animo, non giudicare, non porre condizioni alla persona che si riceve, accettandola così come è. Le situazioni di coppia ci pongono spesso di fronte a questa scelta: accettare l’amato per quello che è, con pregi e difetti, oppure mettere in atto comportamenti tali da spingerlo al cambiamento a nostro piacimento?

Siamo tutti bravi ospiti? Accogliere tutti e sempre? E, in caso positivo, lo siamo nello stesso modo? E verso tutti in modo uguale? Anche verso l’amico o la moglie che ha tradito la nostra fiducia? Ci professiamo bravi ospiti per uno spirito gratuito interno di benevolenza e solidarietà? Oppure perché confidiamo in comportamenti analoghi? O ancora, perché attendiamo qualcosa in cambio?

Allontanare, escludere, eliminare sono invece le azioni che compie chi non accoglie.

E perché non si accoglie? Che caratteristiche ha la persona che non accoglie? Si può essere accoglienti a piacimento? Quali vissuti hanno plasmato il carattere di chi si oppone all’accoglienza? Non si accoglie forse per mancanza di fiducia nel prossimo? Oppure per mancanza di spirito solidale, dipendente da pregressi personali? Oppure si accoglie parzialmente, in base al momento storico e all’oggetto dell’accoglienza?

E questi comportamenti di rifiuto, che reazioni provocano nella persona oggetto di tale esclusione? Dal bambino che viene escluso dal gioco dei suoi compagni di scuola, al disabile che viene estraniato dalle esperienze dei suoi coetanei, all’anziano che viene privato della sua famiglia, allo straniero che viene maltrattato, pur con complessità e intensità diverse, le reazioni dei vari soggetti si legano tra loro, con sentimenti di frustrazione, di inadeguatezza, di rabbia verso l’esterno oppure, sul fronte opposto, con atteggiamenti di chiusura in se stessi o comportamenti lesivi della propria o altri persona.

Come soggetti operanti nel sociale, spesso ci troviamo a lavorare sulla pratica dell’accoglienza: con l’anziana che non vuole accogliere presso il suo domicilio l’operatrice di assistenza; con la famiglia che rifiuta di ascoltare le informazioni sui comportamenti aggressivi del proprio figlio; con le insegnanti che non accolgono il personale non docente come supporto al processo di apprendimento degli allievi; con i famigliari che respingono l’idea di affidare il proprio caro a una struttura residenziale.

Convinzioni personali, pregiudizi, stereotipi, fatti di cronaca, avvenimenti personali, situazioni lavorative condivise, rendono il tema dell’accoglienza uno stimolante spunto di riflessione.

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