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Roberta Benotto campionessa di pattinaggio

Sport
14 ottobre 2012

L’armonia del volo della farfalla

 di Michele D'Urso
All’età di sei anni calzò il suo primo paio di pattini. In quel momento scoccò una scintilla che l’ha condotta a prestigiosi traguardi. Ora allena le nuove generazioni. E non resiste alle note del tango.
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Roberta mentre balla sui pattini "Fuga y misterio" di Astor Piazzolla
Sport
14 ottobre 2012 di 
Michele D'Urso

Penso di non scandalizzare nessuno se asserisco che, nelle arti figurative  dove il corpo dell’artista è lo strumento da usare, il confine fra l’atleta e l’artista è inesistente; solo grandi atleti possono essere grandi artisti.

È il caso di Roberta Benotto, elegante ed armoniosa pattinatrice, in sloveno si direbbe kotalkarica, pluricampionessa italiana, che a cavallo del nuovo millennio dettava legge in materia sul territorio nazionale. Oggi Roberta, oltre ad essere diventata mamma di due vispi maschietti, è allenatrice a Corno di Rosazzo per l’A.s.d. “Corno Pattinaggio”, dove sta trasmettendo alle allieve tutta la passione per il suo sport.

«La mia – esordisce Roberta – è una passione nata a sei anni quando, per la prima volta, ho infilato i pattini. Già allora sentivo che il mio destino era legato allo scorrere delle rotelle sul pavimento. In quell’occasione promisi inconsciamente a me stessa che il giorno del mio 60esimo compleanno sarei stata ancora a piroettare sui pattini fra trottole e salti».

Un po’ come promettere a se stessi di essere giovani per sempre…

«Perché no? Quando sono sui pattini mi sembra di cavalcare l’aria ed entro in una dimensione dove il tempo si ferma. Mi piace compiere evoluzioni immaginando o ascoltando dal vivo musiche passionali ed emozionanti, come ad esempio i tanghi di Astor Piazzolla».

Perché proprio lui?

«Ascolto tutta la musica, ma ad un tango di Piazzolla, Fuga y misterio, è legato uno dei miei più bei ricordi: il secondo  posto assoluto nel “libero” al Trofeo d’Italia del 2002 dove mi sono trovata a gareggiare con le veterane della specialità. E poi…».

E poi…

«Il tango è un ritmo particolare dove l’emozione trasmessa fonde assieme sogni e ricordi. È come dire passato e presente fusi nell’attimo del volteggio della trottola; percepire che il tempo appaia fermo è una diretta conseguenza».

A proposito di tempo, la sua carriera come iniziò?

«Mettere oggi su i pattini per la prima volta a sei anni significherebbe farlo tardi, ma all’epoca era nella media. A nove anni partecipai al mio primo campionato italiano, anche se il primo titolo nazionale lo vinsi molto più tardi, a 22 anni, e questo per due motivi. Il primo, perché nel 1992 mi ero infortunata al ginocchio ed avevo dovuto smettere con l’agonismo…».

E il secondo?

«Il secondo è che dovevo imparare a muovermi con l’eleganza richiesta dalla specialità ‘solo dance’».

Tradotto per noi profani?

«Nel pattinaggio ci sono diverse specialità dove si è impegnati come singolarista, in coppia oppure in gruppo. Capacità tecniche ed eleganza artistica sono elementi essenziali nel pattinaggio ma nella “solo dance” si ha la sensazione di essere a teatro, incantati dalle movenze della  prima ballerina che ai piedi porta i pattini invece delle punte. In altre parole è come danzare sui pattini».

Diciamo non proprio semplice…

«Si può dire che la mia vita si è sviluppata sui pattini. Ci avrei anche partorito sui pattini se me l’avessero lasciato fare. Ne porto sempre un paio in auto, perché alla prima occasione li calzo e via!».

Infortuni o no, portata per la danza o no, alla fine ce l’ha fatta a realizzare i suoi sogni agonistici. Qual è il ricordo più bello della sua carriera?

«Ce ne sono tanti, ma penso che fra i più carini ci sia quello del 2000, anno di grandi vittorie e conferme, dove ho gareggiato anche nell’ “artistico”. Avevo concluso la mia prova convinta di aver fatto bene, ma consapevole che non era la mia specialità. Così, terminata l’esibizione, assieme a Michele, mio marito ma all’epoca solo fidanzato, siamo andati a fare un giro. Al ritorno al palazzetto tutti mi cercavano perché mi ero classificata terza e dovevo salire sul podio!».

In altre occasioni, invece, il podio è stata una questione di famiglia…

«Effettivamente nel 2001 io e mia sorella abbiamo monopolizzato il podio, io prima e lei seconda…».

Si dice che sua sorella Fulvia abbia avuto la sfortuna di gareggiarle contro, altrimenti avrebbe vinto molto di più…

«La cosa non ci preoccupa affatto, perché siamo legatissime e ci vogliamo un bene dell’anima. Fulvia ha goduto dei miei successi come se fossero i suoi, e non lo dico per forma».

Cosa pensa di avere avuto più di Fulvia?

«Sono stata più disciplinata. Mi sono dedicata molto allo studio del ballo. Quando affermo che all’inizio della mia carriera in ‘solo dance’ sembravo davvero il brutto anatroccolo non dico una bugia. Solo una applicazione costante mi ha permesso di salire alla ribalta. Anche quando lavoro con le mie allieve trovo molta più soddisfazione nei miglioramenti di quelle meno dotate che nei successi di chi è naturalmente portata. Mi sento un po’ un ‘Avvocato di strada’ come nel libro di Grisham: se una è una campionessa naturale, che meriti ho io? Solo con chi non è dotato dalla natura il mio lavoro può fare la differenza».

Restiamo in ambito familiare: i suoi bambini pattinano?

«Purtroppo no. Il grande ha messo su i pattini solo una volta, ed ha pattinato per tutto il giorno come se ci fosse nato sopra. Faceva cose incredibili. Poi se li è tolti, mi ha guardato e ha detto: “Bello, ma non mi interessa”. E si è messo ad ascoltare musica. È diventato un esperto: con i suoi amichetti di scuola canta gli AC/DC».

Torniamo allo sport: Benotto è un cognome famoso, legato alle biciclette…

«Quello è il ramo di lontani parenti emigrati in Messico e che hanno fatto fortuna; anche loro bisiachi doc come la mia famiglia».

Lei e sua sorella, suo figlio maggiore che a sette anni conosce a memoria le canzoni degli AC/DC, il piccolo di due anni che promette bene come ballerino, i suoi genitori appassionati di Harley Davidson. Ma nella sua famiglia uno normale c’è?

«Rispondo con un ricordo… Mi sono laureata in tecniche erboristiche che ero già mamma del primo e mi sono laureata all’ottavo mese del secondo. La notte della mia laurea, quella dove sei stanca perché hai avuto una giornata campale, alle quattro, mia sorella, al nono mese di gravidanza, mi chiama e mi dice che le si sono rotte le acque. La porto in ospedale ed assisto io al parto perché il suo compagno è via per lavoro. No; forse non siamo proprio normali».

Sogno nel cassetto?

«Ho scoperto di amare le piante. Mi piacerebbe dedicarmi a realizzare ed arredare giardini e orti».

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