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Ellio Martina

Cultura e Spettacolo
26 settembre 2014

Ci vuole swing!

di Vanni Veronesi
Olandese di nonna friulana, porterà in regione la musica del suo strumento: la pedal steel guitar. Ecco di cosa si tratta.
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Ellio Martina
Cultura e Spettacolo
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Olandese, ma anche friulano. Suonatore, ma anche liutaio. Una vita dedicata alla musica e ora, a 62 anni, la voglia di gettarsi in una nuova impresa per far conoscere al grande pubblico uno strumento straordinario, eppure rimasto sempre sullo sfondo: la pedal steel guitar. Portando in Friuli i migliori interpreti.

Signor Martina, lei…

«…ecco, cominciamo male: dammi del tu!»

D’accordo… Ellio, come vivi questa condizione di friulano-olandese?

«Sono nato in Olanda, ma da voi mi sento a casa. Mia nonna era friulana e mi ha portato in Friuli per la prima volta a cinque anni: lo ricordo come fosse ieri. Soprattutto, mi piace la vita più tranquilla, meno stressante rispetto all’Olanda. Siamo in tre fratelli e abbiamo mantenuto la proprietà della vecchia casa di famiglia, vicino Spilimbergo: è il mio rifugio quando scendo in Italia».

Quando e come è nata la tua passione per la musica?

«Ero nella classe corrispondente alla italiana ‘seconda media’: mi sono seduto vicino a un ragazzo che aveva un amico dell’Indonesia. Loro due, già a quell’età, costruivano chitarre: mi sono avvicinato subito a quel mondo e ho iniziato anch’io a realizzarle. È partito come un hobby: l’ho trasformato in mestiere e sono diventato liutaio. Poi, fra il ’64 e il ’65, sono arrivati in Olanda i primi gruppi country: è stato un amore a prima vista».

Il mestiere di liutaio m’incuriosisce: qual è il segreto per realizzare uno strumento perfetto?

«La prima cosa è la professionalità sul lavoro: sembra scontato, ma non lo è. Bisogna avere la manualità giusta e essere perfezionisti, in ogni singolo dettaglio. Creo soprattutto bassi elettrici, perché queste sono state le prime richieste che mi hanno fatto. Li ho anche suonati con artisti americani di blues e rock: i generi, comunque, contano fi no a un certo punto».

Esiste solo la buona e la cattiva musica, giusto?

«Sì, anche se c’è sempre bisogno di un po’ di swing… E devo ammettere che hard rock e metal non mi fanno impazzire: ci sono belle canzoni, ma preferisco guardare altrove. Per quanto riguarda gli strumenti, amo suonare soprattutto la pedal steel guitar».

Ecco: spieghiamo di cosa si tratta.

«È uno strumento a corde, disposto in senso orizzontale, sostenuto da quattro gambe in metallo. Nella parte superiore riproduce, di fatto, la tastiera e la paletta di due chitarre, mentre in basso sono presenti dei pedali montati su una barra ancorata alle due gambe frontali e delle leve fuoriescono dal retro dello strumento: ogni parte, comunque, è collegata all’altra. In pratica, è un insieme di pedali, leve e corde: si suona con i piedi, le ginocchia e una barretta di metallo manovrata con le mani. Richiede un certo sforzo, quindi, ma il suono è bellissimo».

Dove troviamo generalmente questo strumento?

«Si usa soprattutto nel country americano, ma da lì è passata anche in altri generi: il caratteristico suono dei Dire Straits, così limpido e capace di alterare la nota musicale di partenza fi no a portarla a una più alta d’arrivo, è proprio quello impresso dalla pedal steel guitar suonata da Paul Franklin, un vero virtuoso. In Italia è stata usata in particolare da Lucio Dalla e Francesco De Gregori».

Tu sei stato uno dei primi in Europa a suonarla: quando hai cominciato e dove sei giunto?

«Ho iniziato quasi da solo negli anni Sessanta, sfruttando questo strumento anche in contesti diversi dal country ‘alla Nashville’, per così dire: sono arrivato a suonare la pedal steel a dita nude, senza il dito d’acciaio. L’attrito dei polpastrelli sulle corde dovrebbe rallentare la velocità di esecuzione rispetto allo scivolamento metallico: in realtà ho trovato una tecnica tutta mia e anche il suono è particolare».

Ultimamente cos’hai suonato?

«Mi sono buttato sul folk friulano, in onore delle mie origini, riprendendo le canzoni popolari: mi sono molto divertito sul Cjastel di Udin e Stelutis alpinis! Questo dimostra che la pedal steel è versatile e si presta a vari generi: tutti noi vogliamo farla conoscere a un pubblico sempre più vasto».

Dici ‘noi’: chi siete e che cosa avete in programma?

«Il country qui ha una fruizione limitata, a differenza degli USA dove è quasi patrimonio nazionale: proprio per questo la pedal steel guitar si è imposta in quasi tutti i generi musicali. In Europa, invece, fatica a farsi strada: dunque, io e altri steel player da tutto il mondo abbiamo deciso di ritrovarci per una convention in cui presentare al grande pubblico lo strumento e le sue potenzialità. La faremo a Talmassons il 18 e 19 ottobre, grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale e all’operato di Matteo Strazzolini e di Giovanni Santoro, mio amico di vecchia data e grande appassionato di musica: arriveranno in Friuli i più grandi nomi internazionali del settore. L’ambizione è quella di creare il maggior festival di pedal steel al mondo».

Dove si svolgono di solito queste manifestazioni?

«Soprattutto in Irlanda, forse perché la musica irlandese è la più vicina a quella americana: non mancano, però, in Inghilterra e nella mia Olanda. Per il Friuli, dunque, è una novità da non perdere!».

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