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Economia e innovazione

L'analisi
30 luglio 2014

Creare occupazione

di Paolo Marizza
L’Italia continua a stagnare pericolosamente nella crisi. Urge intervenire sul debito pubblico e investire per creare nuova occupazione. Con interventi mirati a creare nuovi prodotti e nuovi mercati.
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L'analisi
30 luglio 2014 di Paolo Marizza Image

Gli scandali epocali invadono la scena politica ed economica, la produzione industriale e i consumi privati non danno segnali di ripresa, così come l’occupazione. Le cosiddette riforme strutturali fanno fatica a passare attraverso la cruna dell’ago di burocrazie amministrative autoreferenti e spesso colluse con parentopoli e tangentopoli di vecchia e nuova generazione.

La BCE (Banca Centrale Europea) prova a intervenire con nuove misure per scongiurare scenari deflazionistici. E il debito pubblico continua a crescere, di 46 miliardi ad aprile raggiungendo vetta 2.146 miliardi.

Eppure c’è sempre chi vuol edulcorare la situazione rappresentandola nella versione del bicchiere mezzo pieno: gli scandali e la corruzione si riducono a una questione di ladroni; la produzione industriale cresce dello zero virgola, miglior risultato dal 2010; le riforme sono una questione di giorni, al massimo di qualche mese. Il debito pubblico aumenta, ma a tassi decrescenti e comunque è colpa dello spread – ancorché compresso – in quanto il deficit strutturale è tra i più contenuti in Europa.

Edulcorare non serve, anzi crea ulteriore disorientamento e accresce il senso di impotenza tra la gente. Su alcune questioni però parlano i fatti. Dal 2001 al 2013 l’Italia ha perso 120.000 imprese del settore manifatturiero con 1 milione 160 mila addetti in meno. Un crollo pari a un calo del 25%: è come se un quarto della base produttiva fosse scomparso. In alcuni settori si è quasi dimezzata (tra questi elettronica, elettrodomestici, auto, tessile e legno). Il declino della manifattura italiana viene da lontano, dagli anni ‘90, ma da più parti si sostiene che le politiche ultra-restrittive sui conti pubblici hanno provocato ulteriori gravi danni al tessuto industriale.

Queste politiche ultra restrittive non si sono però concretizzate in una riduzione della presenza pubblica nell’economia né in un calo del debito pubblico. Quindi quando si parla di austerity di cosa si parla? Di austerity delle famiglie o dello Stato?

L’aumento della spesa pubblica, che è continuato negli anni della crisi, ha provocato uno squilibrio nei conti pubblici. Uno squilibrio che famiglie (e imprese) devono colmare per non fare fallire lo Stato sotto l’eccessivo deficit.

Il deficit si crea quando le uscite sono superiori alle entrate. Un po’ come quando il reddito di una famiglia è inferiore alle spese familiari. È come se una famiglia che vede il reddito familiare ridotto del 10 per cento, diciamo da 1.000 a 900 euro al mese, continuasse a spendere 1.000 euro: il deficit aumenterà fino a 1.200 euro all’anno.

Una famiglia che cerca di gestire al meglio il proprio budget mensile, non aumenterebbe le proprie spese, ma cercherebbe di contenerle per non creare deficit. Cosa hanno fatto invece gli Stati europei durante la crisi? Hanno aumentato la spesa pubblica e per spendere più soldi pubblici hanno chiesto ai cittadini di stringere la cinghia. Una crisi nella crisi, dettata proprio dall’incapacità della “famiglia europea” di ridurre e di riqualificare le spese pubbliche.

Ovviamente sono anche aumentate le spese per gli interessi: se una famiglia vede ridotte le proprie entrate e invece di tagliare le spese, le aumenta, chi gli presta i soldi ha meno fiducia e gli aumenterà il tasso d’interesse. Ma è tutta colpa dei tassi d’interesse? No, perché sono aumentate anche le altre spese. Quale famiglia adotterebbe una politica del genere? Quale famiglia quando vede il proprio reddito diminuire, comincia a spendere ancora più soldi?

Una crisi nella crisi, generata adottando una politica di public spending nell’illusione di uscire dalla crisi economica senza riforme, e affondando ancora di più le economie sotto il peso di un deficit cumulato (che diventa poi debito). Mi rendo conto che comparare il ruolo della famiglia con il ruolo dello Stato può sembrare fuorviante e prestarsi a obiezioni. Perché lo Stato dovrebbe comportarsi come una famiglia? In realtà la sua ragion d’essere starebbe proprio nel creare le condizioni per la promozione delle unità sociali più piccole e deboli che da sole non sono in grado di ottenere, creare un mercato del lavoro che non penalizzi l’occupazione, sostenere il reddito oltre la congiuntura economica, redistribuire il reddito tra le varie fasce sociali, garantire livelli minimi di diritti (diritti politici, istruzione, salute, sicurezza).

Quale famiglia non si indebiterebbe per sostenere i membri che hanno perso il lavoro? E se tutte le famiglie tagliassero le spese (consumi) per pareggiare il reddito ridotto, non si troverebbero di fronte a una spirale di impoverimento senza fine?

Come spesso accade, prospettive parziali possono far perdere il senso complessivo delle cose. In realtà una famiglia che si indebita per mantenere lo stesso livello di spesa rispetto a una famiglia che si indebita per investire nel creare occasioni di lavoro per i propri membri, genera condizioni e ricadute personali e sociali assai differenti.

In realtà la spirale negativa si realizza se si aumentano le spese correnti riducendo le spese per investimenti. In questi anni di crisi queste ultime si sono ridotte di oltre un terzo sia nel settore pubblico che nel settore privato. Ciò che conta allora non è solo la quantità della spesa ma la sua qualità.

In altri termini potremmo dire che ridurre la spesa corrente significa recuperare efficienza, ovvero mantenere condizioni di vita dignitose con meno risorse (dal risparmio energetico alla riduzione degli sprechi, al cambiamento dei modelli di consumo), mentre riqualificare e riallocare la stessa spesa verso investimenti a elevata produttività economica e sociale significa migliorarne l’efficacia (migliori infrastrutture, occupazione sostenibile, competitività del tessuto economico).

Va quindi cambiato l’approccio e i criteri con cui il settore pubblico alloca le risorse dei cittadini, selezionando e dosando gli investimenti in funzione di obiettivi socialmente ed economicamente rilevanti. La questione assume importanza specifica nel momento in cui la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha avviato il percorso e la concertazione su “Rilancimpresa”, il piano di sviluppo del settore manifatturiero della nostra regione.

Il Piano propone come linee fondamentali di sviluppo l’innovazione, l’internazionalizzazione, il rilancio degli investimenti in tecnologia, lo sviluppo delle opportunità della “green economy”, l’applicazione strategica dei principi della responsabilità sociale d’impresa. Il Piano si propone sia di potenziare gli strumenti operativi per fronteggiare le situazioni di crisi sia di attivare interventi per il rilancio del settore industriale: azioni per una nuova manifattura competitiva; attrazione di nuovi investimenti; semplificazione nelle procedure.

“Si vogliono privilegiare gli investimenti, rispetto a ricerca e sviluppo. Negli anni appena passati – ha dichiarato l’assessore regionale alle Attività produttive Sergio Bolzonello – in carenza di linee di credito e disponibilità finanziarie, le imprese non hanno investito nei processi produttivi. Ora occorre che le aziende mettano invece mano al rinnovo di apparecchiature e macchinari”.

Questa rinnovata attenzione al rilancio di una politica industriale per lo sviluppo regionale non può che essere accolta con soddisfazione e rinnovata speranza. Dalle dichiarazioni dell’Amministrazione Regionale emerge infatti, opportunamente, che il rilancio passa attraverso una nuova stagione di investimenti e di politiche orientate a una migliore qualificazione e canalizzazione degli stessi.

In generale si possono individuare 3 tipologie di investimenti:

1) quelli che migliorano le performance operative delle aziende. Si tratta di investimenti di sostituzione e rinnovamento del capitale fisso delle imprese oppure di prodotti obsoleti;

2) quelli che migliorano l’efficienza. Sono gli investimenti che migliorano la competitività delle imprese che operano in settori prevalentemente maturi, per ridurre i costi e i prezzi, migliorando la produttività e liberando risorse per impieghi alternativi;

3) quelli che creano nuovi prodotti e nuovi mercati. Questi investimenti combinano l’innovazione tecnologica con il cambiamento dei modelli di business per raggiungere nuovi mercati e clienti.

I primi due tipi di investimenti, pur necessari, non sono sufficienti a creare una ripresa occupazionale significativa. Anzi, tecnologie o prodotti sostitutivi cannibalizzano quelli esistenti, mentre il recupero di efficienza in pochi casi crea opportunità di nuovo lavoro.

Si fanno le cose meglio con meno risorse. Un esempio recente è l’introduzione della fattura elettronica nei rapporti di fornitura tra le imprese e l’Amministrazione Centrale dello Stato. Si stima che quando sarà estesa a tutta la PA porterà risparmi nell’ordine di 60 miliardi di euro all’anno, liberando risorse che potranno anche essere reinvestite, ma nel breve-medio periodo non creerà sicuramente nuova occupazione.

Sono gli investimenti in nuovi prodotti/mercati che creano lavoro all’interno dell’impresa e all’esterno, lungo le filiere produttive del suo ecosistema. Questi richiedono un’allocazione importante e concentrata di capitale per conseguire le masse critiche che possono introdurre tecnologie che riducono i costi e modelli di impresa innovativi e orientati alla crescita.

È il mix di risorse allocate a questi tre tipi di investimenti e il loro effetto cumulato nel tempo che definiscono la struttura produttiva di una economia territoriale e dei settori industriali che ne determinano le performance di mercato, finanziarie e occupazionali.

Nel predisporre “Rilancimpresa” ci si potrebbe chiedere perché le imprese si sono orientate a fare prevalentemente, quando li fanno, investimenti nei primi due tipi di innovazione. Ad avviso di chi scrive è una questione di cruciale importanza. È una problematica complessa non riconducibile alla sola scarsità della risorsa capitale o di un eccessivo orientamento ai risultati finanziari di breve periodo. Nelle dichiarazioni degli Amministratori della Regione sembra che ci sia consapevolezza dell’altezza della sfida. Attendiamo le soluzioni.

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