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Intermediazione finanziaria e legalità

Diritto
21 luglio 2014

Investimenti sbagliati: chi paga?

di Massimiliano Sinacori
Dalla Corte di Cassazione, ulteriori tutele per gli investitori
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Diritto
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La Corte di Cassazione si è nuovamente espressa in materia di risarcimento del danno derivante da responsabilità nella gestione dei contratti di investimento finanziari, con una pronuncia che integra il precedente filone giurisprudenziale in materia di intermediazione.

Negli anni passati si era formato un costante indirizzo in merito, da un lato, alla responsabilità della banca intermediaria per non essersi attenuta alle indicazioni dell’investitore, con conseguente perdita di guadagno da parte del cliente; dall’altro, alla rilevanza del potere di controllo del cliente mandante sui rendiconti.

Nel contratto di intermediazione il cliente attribuisce all’intermediario, verso il pagamento di un corrispettivo, il potere di gestire una parte del proprio patrimonio finanziario, con modalità discrezionali e individuali, e al fine di conseguire un utile, da valutarsi in relazione alle caratteristiche della gestione; secondo la legge l’intermediario è vincolato alle istruzione del cliente investitore, con conseguente sua responsabilità nel caso agisca in modo difforme. Tale vincolatività delle istruzioni è stata oggetto di sentenze dei tribunali ordinari, i quali in passato si sono espressi con la condanna al risarcimento dei danni cagionati al cliente dalla banca che, in fase di esecuzione di un contratto di gestione di portafogli, aveva disatteso le istruzioni specificatamente dettate dagli investitori.

Ma il contratto di gestione deve anzitutto indicare, in linea generale, le categorie di strumenti finanziari che possono essere inclusi nel portafoglio del cliente e le operazioni che possono essere realizzate su tali strumenti, il livello del rischio entro il quale il gestore può esercitare la sua discrezionalità ed eventuali specifiche restrizioni a tale discrezionalità, e ciò in linea con la tipologia del cliente, emersa in sede di profilatura benchmark, vincolando così l’intermediario a compiere operazioni che si collochino entro i limiti concordati.

Ciò comporta che, all’interno delle categorie indicate, la gestione del rischio è discrezionale e, in mancanza di risultati, il risparmiatore non può chiedere il risarcimento del danno, né la risoluzione del contratto.

Come garanzia della discrezionalità dell’intermediario l’investitore può, tuttavia, esercitare il proprio potere di controllo attraverso i rendiconti dell’attività svolta, che l’intermediario è obbligato a trasmettere. Tali rendiconti, secondo la giurisprudenza, non prevedono in capo al cliente un onere di approvazione entro un termine specifico (a differenza dei contratti bancari), ma anzi, secondo la Corte di Cassazione, il mancato reclamo entro il termine eventualmente fissato nel contratto non comporta la decadenza dal diritto di agire per responsabilità del gestore.

Nella pronuncia n. 24548 del 2010, infatti, la Corte si è espressa in merito alla violazione dei doveri di diligenza e correttezza da parte della società di investimento: il ricorrente investitore, che aveva concluso un contratto di gestione individuale di un patrimonio, chiedeva il risarcimento dei danni derivati da un’operazione di vendita di strumenti finanziari non corrispondente alle previsioni del contratto intercorso tra le parti. La banca eccepiva l’intervenuta decadenza dell’attore dal diritto di promuovere azioni di responsabilità per mala gestio, in ragione della mancata tempestività nella contestazione dei rendiconti di gestione periodicamente ricevuti.

La Cassazione, pur ammettendo che il rendiconto non sia un mero riepilogo di dati storico-contabili, bensì costituisca un vero e proprio rendiconto di gestione atto a consentire la valutazione delle modalità di svolgimento e dei risultati dell’attività di intermediazione finanziaria, tuttavia, affermava che la legge non prevede l’approvazione implicita del conto in conseguenza dell’omessa contestazione entro uno specifico termine, con la conseguenza che la mancata contestazione del rendiconto non comporta per il cliente la decadenza dal diritto di agire nei confronti dell’intermediario finanziario per responsabilità nell’attività svolta. La Cassazione, inoltre, ha evidenziato che non avendo il contratto di gestione un termine di durata, non può identificarsi un momento prima del quale l’esercizio della facoltà di recesso possa dirsi prematuro o anticipato. Anzi, il momento deciso dal cliente per la conclusione del rapporto (ritirando gli investimenti) sarà preso in considerazione solo per valutare la coerenza della gestione dell’istituto finanziario nell’ottica della sua eventuale responsabilità.

La novità, nella sentenza 17 gennaio - 24 febbraio 2014, n. 4393, è rappresentata correttezza, diligenza e buona fede nell’interesse del cliente anche alla condotta troppo prudente da parte dell’intermediario.

All’attenzione della Cassazione era stata posta una decisione della Corte di Appello di Venezia, la quale riformava la sentenza del Tribunale di Verona di condanna di un istituto di credito al risarcimento del danno per negligente gestione e per violazione del mandato ricevuto dal cliente: l’intermediario avrebbe tenuto un comportamento colposo, in quanto troppo prudente, riducendo la quota investita e con ciò determinando un guadagno inferiore rispetto a quello realizzabile. La Corte d’Appello, invece, negava la responsabilità della banca, sostenendo che l’inesatta esecuzione del contratto deve emergere dall’attività del gestore nel suo complesso e in riferimento all’intera durata del rapporto.

La Suprema Corte, invece, accogliendo il ricorso sul motivo di impugnazione formulato dal ricorrente, evidenziava che il Giudice dell’Appello aveva erroneamente applicato il principio - sancito precedentemente dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sez. I, 15 gennaio 2000, n. 426), secondo il quale sarebbe esclusa l’approvazione tacita delle singole operazioni nell’ambito di esecuzione di un contratto di gestione patrimoniale, e ciò anche alla luce della giurisprudenza successiva, che ne aveva chiarito l’ambito (Cass. civ. sez. I, 2 dicembre 2010, n. 24548).

La Suprema Corte, quindi, afferma espressamente che “l’obbligo del gestore, come del resto dell’intermediario finanziario in generale, è di curare al meglio gli interessi del cliente e che un tale dovere permane intatto per tutta la durata del rapporto”. Il cliente, pertanto, ha diritto di pretendere in ogni momento che il gestore gli assicuri il miglior rendimento possibile, con conseguente diritto al risarcimento dei danni, dovesse l’intermediario, dopo aver adempiuto correttamente il proprio obbligo per un periodo, rendersi in un momento successivo inadempiente per mancanza di diligenza.

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