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Gorizia e la comunità ebraica

Cultura e Spettacolo
07 settembre 2011

Gerusalemme sull'Isonzo

di Vanni Veronesi
Alla scoperta di una storia densa e affascinante. Oltre la tragedia, per ricordare la vita di una comunità che ha dato moltissimo alla cultura.
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Via Rastello; a destra, la statua di Carlo Michelstaedter
Cultura e Spettacolo
07 settembre 2011 di Vanni Veronesi Image

C’era una volta una città in cui poteva accadere che un professore sloveno insegnasse in tedesco il francese ad alunni italiani. Quella città cosmopolita era Gorizia; quella scuola era lo Staatsgymnasium di via Mameli, erede del collegio fondato dai Gesuiti nel 1629 e padre dell'attuale liceo classico di viale xx settembre. Gorizia come porta sull'Europa centro-orientale, dunque: ma anche, ed è meno noto, Gorizia soprannominata ‘Gerusalemme sull’Isonzo’. Quella che vogliamo raccontarvi è appunto la storia di una delle comunità ebraiche che fu tra le più importanti e vitali di tutta Italia: per mantenere accesa la fiammella della memoria.

 

PERSONAGGI ILLUSTRI

Dicevamo dello Staatsgymnasium: fra i suoi allievi, Carlo Michelstaedter. Nato nel 1887 da famiglia italiana ebrea d’origine tedesca (la casa è in Piazza Vittoria 8), nel 1905 si iscrive a matematica all’Università di Vienna, ma solo qualche settimana dopo si trasferisce a Firenze, resosi conto che la sua strada è un’altra: le lettere e la pittura. Sono questi gli anni in cui prende forma la sua produzione artistica: disegni, quadri, dialoghi filosofici, poesie, traduzioni, saggi. Michelstaedter, troppo avanti per l’Italia di allora e per la sua età, resta però una voce isolata. E poi arrivano i dolori: nell’aprile 1907, il suicidio dell’amica russa Nadia Baraden, a cui aveva dato lezioni di italiano; il 14 febbraio 1909, la morte del fratello Gino a New York; su tutto, le ansie di una mente eccezionale, ma fragilissima. La sera del 16 ottobre 1910, Carlo termina l’ultima stesura della tesi di laurea: La persuasione e la retorica. La mattina dopo, si suicida con un colpo di rivoltella: ha ventitrè anni. Rimasti a lungo inediti, i suoi scritti sono oggi annoverati fra i migliori del Novecento italiano. Oltre a Michelstaedter, figure di rilievo della comunità ebraica goriziana furono i due rabbini Abramo Vita Reggio (1755 - 1841) e Isacco Samuele Reggio (1784 - 1855) e Carolina Luzzatto Coen nata Sabbadini (1837 - 1919), giornalista e scrittrice, animatrice di circoli irredentisti, ricordata da una targa sulla sua casa di via Arcivescovado. Non si può dimenticare, inoltre, Vittorio Bolaffio (1833 - 1931), importante pittore, allievo di Giovanni Fattori a Firenze, frequentatore di Modigliani e Matisse a Parigi. Stabilitosi a Trieste, entrò a far parte del gruppo di amici del Caffè Garibaldi, con Umberto Saba (di cui fece un celebre ritratto), Italo Svevo, Virgilio Giotti, Giani Stuparich. La comunità ebraica di Gorizia ha anche dato i natali al linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829 - 1907), nato nella casa al civico 1 dell’omonima via. Professore all’Accademia scientifico-letteraria di Milano e per alcuni anni senatore del Regno, i suoi studi glottologici e dialettologici hanno letteralmente fatto storia.

 

UNA STORIA SECOLARE

Noti in città dal 1200, gli ebrei goriziani fino alla fine del Seicento sono concentrati (ma liberi) in via Rastello e Cocevia. Nel 1696, l’imperatore d’Austria Leopoldo I istituisce i ghetti: quello di Gorizia viene stabilito in contrada S. Giovanni, così chiamata dall’omonima chiesa dietro la quale sorse il cimitero degli appestati dopo l’epidemia del 1682. La via ha cambiato nome più volte: dal Settecento al 1812 ‘contrada degli ebrei’, ancora ‘contrada S. Giovanni’ con Napoleone, poi via Ascoli a fine Ottocento (in segno d’onore per il glottologo ancora vivo!), quindi via Tunisi nel 1938, nuovamente via Ascoli dal 1950. Dopo la ‘Patente di tolleranza’ di Giuseppe II d’Austria nel 1789, nel 1812 Napoleone abolisce i ghetti. Anche dal ghetto di Gorizia vengono tolti i cancelli; sopravvive solo quello sud, restaurato dal Lions Club e oggi posto accanto alla Sinagoga, all’ingresso del parco Bruno Farber (dal nome del più giovane deportato nei lager: 3 mesi e 20 giorni). Nel 1850 la comunità conta ben 314 persone: è un buon momento. La situazione cambia nel Novecento, prima con la Grande Guerra, poi nel 1938 con le leggi razziali. Molti ebrei lasciano Gorizia per andare all’estero; ne restano in città un centinaio. Infine, l’8 settembre 1943: i nazisti occupano la città e inizia l’inferno; la prima retata, ricordata da una lapide nel cortile della sinagoga, è del 23 novembre dello stesso anno. Torneranno in due, da Auschwitz: una ragazza di vent’anni e un ragazzo di quattordici. Finita la guerra, a Gorizia è di stanza una divisione di fanteria americana che conta numerosi soldati ebrei: il comandante, Nathan A. Barack, è un rabbino ed è proprio lui a riaprire la sinagoga. Nel 1947, Gorizia torna italiana: la comunità è ormai ridotta a una ventina di persone. Nel 1969, visto l’esiguo numero dei suoi componenti, viene aggregata a quella di Trieste. La sinagoga, a lungo abbandonata, verrà restaurata e riaperta al culto nel 1984.

 

LA SINAGOGA

Introdotta da una facciata del 1894, sorta dopo la demolizione di una casupola che ostruiva la vista dell’edificio, la sinagoga venne edificata nel 1756 sul sito di un precedente oratorio ebraico. La visita inizia dalla mostra permanente allestita al piano di sotto. La guida, Claudio Bulzoni, spiega i riti sacri, le feste, le cerimonie, tutto ben illustrato dagli oggetti esposti nelle bacheche. Corre invece un brivido nel vedere una riproduzione di alcune scritte trovate all’interno della Risiera di S. Sabba. La Shoah è protagonista anche in tre opere del grande pittore Zoran Music, nato ancora sotto la Contea di Gorizia e morto nel 2005: i tre quadri qui esposti fanno parte del ciclo intitolato Non siamo gli ultimi. La stanza espositiva è chiusa da un portone di legno; sullo stipite destro è fissata una mezuzah, un astuccio metallico contenente una piccola pergamena con una preghiera. Superato il portone, indossiamo la kippah in rispetto del luogo sacro: da notare, nel corridoio d’accesso, le tante lapidi e i due lavabi per la purificazione. Salite le scale, eccoci nella sinagoga. Lo spazio è sobrio ed elegante, illuminato da cinque finestre sui lati lunghi come cinque sono i libri della Torah: un segno che permetteva a qualunque ebreo di riconoscere il luogo di culto, altrimenti anonimo come richiesto dalle autorità statali. È una sinagoga askenazita (ossia ebraico-germanica), ma con una particolarità: la cattedra del rabbino, anziché al centro, è sistemata sul lato ovest secondo la tradizione italiana; sotto, notiamo il banco per le autorità ospiti. Nella parte superiore si snoda il matroneo riservato alle donne; interessante anche il pavimento, nella cui trama delle piastrelle bianche e nere è stato fatto a bella posta un errore, a significare che nulla, nemmeno in sinagoga, è perfetto. Opposta rispetto alla cattedra, l’Arca Santa domina il lato orientale. Davanti ad essa, la cancellata in ferro di fine ‘700, il leggio per le preghiere e i quattro candelabri, risalenti al 1844. Non sono le ben note menorah a sette braccia, ma hanno comunque sette ceri: appartengono alla tradizione askenazita. Tornando al piano inferiore, è da non perdere la sala Michelstaedter, con le opere più famose dell’artista.

 

UNO SGUARDO AL CIMITERO DI VALDIROSE

Il nostro viaggio non può tralasciare l’antico cimitero ebraico di Valdirose, fino al 1947 in territorio italiano e oggi in Slovenia, a 300 metri dal confine di Casa Rossa. È un luogo che pare uscito da un quadro d’epoca romantica; sulle lapidi, tutte rivolte verso Gerusalemme, si ritrovano i nomi delle storiche famiglie ebraiche goriziane: Morpurgo, Pincherle, Luzzatto, Bolaffio. Commovente il piccolo cippo di Carlo Michelstaedter, sui cui ancora oggi i visitatori depongono una pietra in segno di ricordo. Il ricordo, appunto: a Gorizia, la memoria di ciò che fu la vecchia comunità ebraica è mantenuta viva dall’Associazione Amici d’Israele. Perché senza la memoria, la vita perde di senso.

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