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Saper ascoltare

Società
11 marzo 2014

Quel silenzio che parla

di Manuel Millo e Samanta Mosco
Carlo Ferrario: “Il silenzio è la decima e forse la più espressiva parte del discorso”.
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Quante emozioni nel silenzio di un bambino?
Società
11 marzo 2014 di Manuel Millo e Samanta Mosco

Con il termine silenzio, si indica la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore; solitamente un ambiente viene considerato silenzioso se produce un suono inferiore a 20 decibel.

Data questa prima definizione “scientifica”, nostro interesse è approcciarci al tema, dando un personale contributo alla discussione, a valenza sociale: ha senso oggi parlare di silenzio? Come viene vissuto all’interno di una relazione tra due o più persone? Cosa vuol dire stare in silenzio? Nello scambio comunicativo, quale contributo porta il silenzio? La mancanza di rumore è anche difetto di comunicazione? È davvero così?

Se un paesaggio coperto di neve fresca caduta nel corso della notte appena trascorsa, baciato dal sole, solitario nel cielo azzurro o un bambino che dorme beato nel suo lettino stringendo il suo pupazzo preferito regalatogli appena nato non ci comunicano nulla, allora questo significa che il silenzio è uno stato di privazione di comunicazione.

Se, al contrario, ci emozioniamo a quella vista e ci chiniamo su quel lettino, allora è facile intuire che il silenzio ha un grande potere comunicativo e, probabilmente più di molte parole, racconta la realtà per come essa è, nella sua più sconcertante sincerità e realismo.

Quante volte ci è capitato di attendere da un’altra persona una risposta a una domanda? L’esito di un colloquio di lavoro, la data per un appuntamento importante, la conferma a iniziare un cammino in due?

E la risposta non arriva. Già, la risposta, quell’unica che vogliamo sentire tarda a giungere; perché, in questi casi, come in altri similari, importanti per il proseguo del nostro progetto di vita terrena, siamo sintonizzati su una sola onda, quella positiva, affermativa, decisiva. Il nostro interlocutore è invece sintonizzato su un’onda diversa, il più delle volte opposta e contraria ed è proprio per questo che sceglie il silenzio.

Cosa fare? Riprovare? Aspettare? E per quanto tempo? Riproporre la domanda può infastidire l’interlocutore; d’altra parte attendere ancora può essere inteso come disinteresse alla questione, da parte dell’interlocutore stesso; un pressing continuo può portarci al risultato ma è davvero un risultato condiviso? E allora che comportamento attuare per sentire quelle parole di risposta?

Molteplici e tra loro diversi possono essere i comportamenti da attuare; ognuno di noi, in base alla circostanza adotterà quello che riterrà più vicino al proprio stato e più efficace per il perseguimento del proprio scopo.

Osservando bene, la strada da percorrere è già segnata, è facilmente intuibile come accade nei quiz dei labirinti dove il topo deve raggiungere il formaggio. La risposta è già scritta, era già davanti agli occhi da molto prima che la domanda fosse posta, era solo momentaneamente nascosta nella luce. Il fatto è che non era la risposta che volevamo sentire, così come era quella difficile da pronunciare.

E allora, nell’uno e nell’altro caso, si è preferito, rispettivamente, aspettare e tacere. Il silenzio dice molto di più di quello che spesso vorremmo sentire. Una risposta che si fa attendere è molto più esplicita di mille frasi e rinvii, perché è sincera. E questa sincerità è propria di chi la pratica, che, per una volta, lascia da parte le scuse, non improvvisa castelli in aria, libera il proprio pensiero.

Il silenzio diviene dunque espressione di serenità e pace. Il silenzio dice molto di più di mille parole. Il silenzio è dunque messaggio; è il mezzo tramite cui si esprimono pensieri ed emozioni. Ne erano convinti già i primi retori, che condivano i loro discorsi di parole e silenzi.

Ma il silenzio è anche confusione. Il silenzio è tale perché esiste il rumore e il caos. Come il bianco e il nero, la luce e il buio, il bene e il male, il giusto e l’errore, il dolce e l’amaro, l’uomo e la donna. L’uno esiste in virtù dell’altro. Senza l’uno non esisterebbe l’altro.

Come in ogni binomio, i due elementi convivono. Qualcuno lo ha compreso così fortemente, che ha fatto del silenzio, lo strumento del proprio lavoro. Avete mai pensato che si possa lavorare con il silenzio? Non l’assenza di rumori di attrezzatture meccaniche o di altre voci umane, cioè operare in un ambiente tranquillo, in cui sono minime le interruzioni e le interferenze sono gestite da noi.

Intendiamo proprio che qualcuno lavora con il silenzio. Ne ha evidenziato le caratteristiche e le ha esplose il più possibile per farne il proprio lavoro. Andando alla concezione primaria di lavoro, tratta da dizionario, come “impiego di energie fisiche o mentali in un’attività produttiva”, chi meglio di una suora di clausura fa del silenzio il proprio lavoro? E chi oltre a lei vede nel silenzio pace e serenità e canale primario di comunicazione con l’altro?

Oppure pensiamo all’arte mimica, alla professione di mimo, che nella sua pratica lavorativa utilizza tutti i sensi, in assoluto silenzio. O ancora al mondo del cinema, che da sempre, in mille sfumature, ha valorizzato il silenzio. I primi film erano privi di dialoghi, eppure raccontavano la realtà, trasmettevano conoscenze, emozioni, sensazioni, facevano ridere e piangere.

Viene alla mente, uno per tutti, “Tempi moderni” in cui Charlie Chaplin racconta senza parole al mondo la realtà industriale, il posto dell’uomo nella società lavorativa dell’Inghilterra dei primi dell’Ottocento.

Se per qualcuno, il silenzio è diventato strumento di vita, per qualcun altro è certezza che la vita sta volgendo al termine; è sinonimo di solitudine e per questo fa paura. È equivalente di pazzia e di conseguente emarginazione sociale. È etichettata come un disturbo e chi ne è colpito, è visto come un malato.

Come operatori del sociale, che operiamo a stretto contatto con la fascia svantaggiata della popolazione, con gli anziani nei servizi di assistenza domiciliare e nelle strutture residenziali, con i disabili nei centri diurni, con gli autistici o i soggetti con disturbi cronici nel linguaggio nei centri preposti e nelle abitazioni, siamo tenuti a sostenere l’espressività del silenzio, a riconoscere e rispettare il suo valore, a comprendere quando è richiesta di dialogo o desiderio di ascolto.

In questo caso, non si tratta solo di assenza di rumori esterni, ma più probabilmente di inquietudine dell’animo. Cosa significa quando, dentro di noi, vi è silenzio? O, al contrario, siamo alla ricerca del silenzio per far tacere tutta la confusione che la nostra mente genera? Può la nostra mente trovare il silenzio? O continuamente ti lancia suoni e immagini che determinano confusione nel soggetto che ha smarrito il suo indirizzo? Ma quella confusione non è anche turbinio di idee e di stimoli? Perché mai metterla a tacere?

La meditazione, come pratica di concentrazione su uno o più oggetti, mira a fare ordine alla confusione interna, indirizzandola verso il silenzio del saggio. Secondo tale prospettiva, dunque, il silenzio diviene indicatore della strada che vogliamo percorrere verso la conoscenza di sé, basta ascoltarlo.

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