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L'attività del CAI di Monfalcone

Sport
06 marzo 2014

Emozioni ad alta quota

di Vanni Veronesi
L'alpinismo come palestra educativa per le giovani generazioni.
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Foto ricordo sul gruppo delle Tofane (Sentiero Vidi), nelle Dolomiti Ampezzane; sullo sfondo la Croda da Lago
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A Monfalcone, la sezione locale del Club Alpinistico Italiano è una realtà da oltre 600 associati, che ormai da molti anni punta tutto sulle giovani generazioni. L’alpinismo come palestra educativa: ne abbiamo parlato con uno dei responsabili, Tullio Moimas.

Tullio, partiamo da lei: qual è il suo ruolo nel C.A.I.?

«Sono responsabile della sezione giovanile del club monfalconese; ho iniziato a fare l’istruttore venticinque anni fa».

Quando è nato il CAI a Monfalcone?

«Nel 1948, ma il CAI nazionale ha oltre 150 anni: è nato con l’Unità d’Italia».

Su cosa si concentra la vostra attività?

«Il C.A.I. nasce come ritrovo delle persone che, semplicemente, amano andare in montagna; negli ultimi dieci anni, però, abbiamo voluto dare un particolare indirizzo alla nostra sezione, concentrandoci sui giovani al di sotto dei 18 anni. Abbiamo iniziato a farci conoscere nelle scuole e così siamo penetrati nel tessuto cittadino: oggi riusciamo a organizzare gite e attività anche con 100 ragazzi, nonostante il calcio e altri sport ci sottraggano buona parte del nostro potenziale bacino d’interesse. A differenza di molte società sportive, non puntiamo sulle prestazioni, bensì su cosa e come vedere: per noi, la montagna comincia dietro casa nostra, qui in Carso».

Non c’è agonismo, quindi?

«Non è nei nostri interessi: crediamo nell’alpinismo come palestra educativa. A capo della fi la mettiamo sempre la persona che riscontra maggiori difficoltà: in questo modo il gruppo si adatta alla sua andatura e il ragazzo non si sente inadeguato; allo stesso tempo, il ruolo di capofila lo sprona a impegnarsi al massimo».

Siete voi a fornire l’attrezzatura necessaria?

«Si, e si tratta di materiali costantemente revisionati e di prima qualità: questo lo dobbiamo in buona parte al contributo che ogni anno la Fondazione Carigo fornisce al nostro Club. È un aiuto concreto e favorisce direttamente le famiglie che ci affidano i loro figli, perché questi soldi si convertono in nuove attrezzature offerte gratuitamente e nessun costo di trasporto per le uscite in montagna».

Alcuni dei vostri giovani associati hanno poi proseguito con questa disciplina?

«Ci sono dei casi, sì. Tuttavia, per noi è un successo anche l’ex alpinista dilettante che decide di laurearsi in scienze naturali: significa che abbiamo centrato l’obiettivo. Ed è una grande soddisfazione ritrovare molti che prima della maggiore età hanno mollato il gruppo e che poi, a distanza di anni, ti fermano per strada e ti ringraziano per quella gita o quella scalata: anche se lasciano, si portano dentro delle emozioni indelebili. Altrettanto bello è scoprire di aver contribuito all’aggregazione di tanti giovani altrimenti isolati: molti si conoscono durante l’attività in gruppo e poi si frequentano autonomamente, in contesti diversissimi, diventando amici».

Com’è strutturata la sezione giovanile, dunque?

«In genere, i corsi di alpinismo possono iniziare a sette anni; noi però cominciamo dai dieci e dividiamo i gruppi in varie fasce d’età, in modo da ridurre la distanza anagrafica che, nell’adolescenza, appare enorme anche se si tratta di tre anni di differenza. In questo modo siamo anche in grado di seguire molto da vicino i ragazzi: il rapporto minimo richiesto dai regolamenti del C.A.I. per le uscite in montagna è di un accompagnatore ogni sei persone, ma noi possiamo arrivare, talvolta, al rapporto di uno a due e persino di uno a uno, quando la scalata è particolarmente impegnativa o potenzialmente pericolosa. Nei primi due anni proponiamo attività esclusivamente giornaliera in estate, con uscite in Carso o sulle Alpi Giulie. Poi si passa alle passeggiate invernali nella neve, per chi lo desidera anche con l’ausilio di ciaspole o sci di fondo. Con l’avanzare dell’età, aumentano anche i gradi delle salite e l’ambiente inizia a diventare sempre più ostile: instillare questa coscienza nei ragazzi è il nostro primo compito. Solo così sono pronti per l’arrampicata, che inizia sempre come gioco nella nostra palestra di roccia. Infine, arriva la montagna ‘vera’: prima le cime più facili, poi quelle più impegnative… e l’approdo finale alle Dolomiti, le montagne più belle del mondo».

Quali sono state le esperienze più gradite dai ragazzi?

«Hanno avuto grande successo le uscite in grotta con gli speleologi e lo sci di fondo, anche al di là delle nostre previsioni. E grandi emozioni hanno suscitato le notturne in montagna: l’esperienza di camminare nell’oscurità è impagabile, perché ti obbliga a sviluppare tutti gli altri sensi altrimenti ‘appiattiti’ dalla vista. Udito in primis: sentire i suoni della notte e i versi degli animali è qualcosa di magico. Lo riproporremo in Cansiglio, a inizio autunno, per ascoltare il bramito dei cervi nella stagione degli amori».

Qual è il percorso formativo di un accompagnatore?

«L’addestramento dura un anno e gli esami finali sono durissimi. Ma non si finisce mai di studiare e di esercitarsi: ogni anno partecipiamo a corsi di aggiornamento e potenziamento… e di certo non lo facciamo perché altrimenti il titolo di istruttore decade. Ci muove solamente la passione: è quella che ti fa trascorrere i fine settimana al servizio degli altri».

Cosa può insegnare la montagna a un ragazzo?

«Moltissimo. La vita in rifugio obbliga ad adattarti alla semplicità, ma soprattutto a cavartela da solo: molti, ad esempio, imparano nelle nostre uscite a farsi il letto da soli, perché non c’è la mamma che pensa a tutto. Una cosa importante, inoltre, è l’allestimento dello zaino: se è troppo leggero, significa che hai dimenticato qualcosa che potrà servire, come un impermeabile in caso di pioggia; se è troppo pesante, cammini con più fatica; è un vero banco di prova del sapersi regolare da soli, anche perché in scalata diventa la tua casa. Ma la montagna insegna soprattutto a essere umili: è lei che comanda, non l’uomo».

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