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L'analisi della sociologa Gabriella Burba

Società
26 febbraio 2014

Giovani e scuola, istruzione inutile senza l'impegno

di Vanni Veronesi
Venerdì a Cervignano la presentazione del libro "Io e lo studio".
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Società
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Venerdì, al Centro Civico di Cervignano del Friuli alle ore 18, verrà presentato il primo volume della collana ‘Percorsi’, dedicata a temi educativi, in collaborazione fra l’Associazione ‘La Viarte’ e Goliardica Editrice: Io e lo studio. Metodo e competenze. Un’opera ambiziosa e controcorrente: ne abbiamo parlato con l’autrice, Gabriella Burba.

 

Com’è nata l’idea di questo libro?

«All’interno dell’Associazione ‘La Viarte’ di Santa Maria la Longa è attivo da tempo un servizio di doposcuola: nel corso degli anni ci siamo resi conto che i ragazzi avevano bisogno soprattutto di alcuni strumenti indispensabili per conquistare un proprio metodo di studio, senza il quale è impossibile un vero e proprio apprendimento. Poiché il focus della collana Percorsi è appunto sui temi dell’educazione, abbiamo deciso di inaugurare la serie con questo libro, che affronta l’argomento partendo dalle domande all’apparenza più semplici: cos’è lo studio? Perché stiamo sui banchi di scuola per più di un decennio? Cosa significa imparare? E soprattutto, come si studia? Le risposte devono trovarle i destinatari di questo volume: gli studenti, innanzitutto, anche attraverso i tanti esercizi proposti nel volume, e in seconda battuta gli insegnanti».

Il punto centrale è appunto: cos’è il metodo di studio? Le idee in proposito sono diversissime: qual è la sua?

«Il dibattito è molto ampio, perché ogni studioso porta con sé il retaggio della sua formazione. Chi parte dalle teorie comportamentiste tende a considerare il metodo di studio come semplice ‘addestramento’ alla conquista di un traguardo, secondo un meccanismo virtuoso di stimolo (docente) e risposta (studente): questa visione non è la mia. Non credo nel metodo come ‘tecnica’, per quanto esso necessiti di alcune tecniche: queste, però, devono essere appropriate per ogni diverso studente, dunque occorre personalizzarle. Non esiste il metodo, bensì i metodi: ognuno deve costruirselo su misura».

Non a caso il titolo del libro inizia con un bel ‘Io’: il punto di partenza è l’individuo, dunque?

«Sì, perché occorre attivare quei processi di introspezione indispensabili per capire se stessi e indurre alla riflessione: dovrebbe essere così anche per i più giovani, perché a quattordici anni siamo tutti in grado di intendere e di volere, anche se spesso il mondo dell’istruzione se ne dimentica».

Significa che gli studenti in molti casi sono deresponsabilizzati? L’Io del titolo è programmatico anche in questo senso, quindi…

«Esattamente. C’è una tendenza, comune a scuola e famiglia, a una iperprotezione dannosa, a una tutela esagerata che dimentica un dato fondamentale: il mondo del lavoro non concede seconde possibilità. I ragazzi devono avere ben chiara l’idea che l’esito dell’anno scolastico dipende da loro, non dai docenti o dall’istituto. Fra gli esercizi di analisi logica ho inserito un discorso del presidente Obama rivolto agli studenti: il messaggio centrale è “se non vi impegnate, l’istruzione vi sarà del tutto inutile”. Da noi è difficile sentire frasi del genere».

Lei nel libro parla esplicitamente di un ‘patto educativo di corresponsabilità’: ce lo può spiegare?

«La Presidenza della Repubblica, alcuni anni fa, ha varato lo ‘Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria’: un documento intelligente, che invita i ragazzi a firmare un vero e proprio patto con la propria scuola. Entrambi i soggetti, come in ogni patto che si rispetti, hanno diritti e doveri: chi non li rispetta è giusto che venga sanzionato. Purtroppo, questa è rimasta solo una bella dichiarazione d’intenti: ci sono molti psicologi convinti che, per i ragazzi, vadano bene solo i premi e non le sanzioni».

Da un ventennio a questa parte si sono succedute molte riforme scolastiche: l’impressione generale è quella di un accanimento su problemi numerici e gestionali (riformulazione degli anni di studio, taglio di cattedre, riduzione degli insegnanti) e un sostanziale disinteresse nei confronti dei contenuti, ossia di cosa far effettivamente studiare ai ragazzi. È così?

«Non proprio: i documenti ministeriali sono, anzi, molto prescrittivi riguardo a cosa fare in classe. È però vero che si sta spostando l’attenzione dai contenuti alle competenze: questo si traduce, talvolta, in un livellamento culturale piuttosto grave. Tuttavia, il fine positivo è quello di ridurre l’apprendimento mnemonico di nozioni, ancora molto presente, per acquisire invece strumenti di conoscenza utili ad affrontare il futuro: in un mondo che evolve così rapidamente, è impossibile per la scuola fare fronte a una conoscenza ‘enciclopedica’. Semmai, occorre fornire gli strumenti per interpretare il flusso enorme di dati, notizie e cambiamenti in atto: i nostri ragazzi sono figli della tecnologia digitale, ma troppe volte non riescono a rielaborare i contenuti in rete».

Deriva da qui l’esplosione di siti internet e di piazze virtuali in cui talvolta si leggono commenti e notizie prive di rielaborazione personale e di verifica delle fonti?

«In parte sì, ma è soprattutto un problema di narcisismo di massa: ci si sente arbitri di decisioni su cui non si ha la minima competenza. Nessuno farebbe progettare una nave a qualcuno che non sia un ingegnere navale, mentre nella politica hanno tutti la soluzione in tasca per governare il paese. Ecco, il mio libro vuole anche lanciare un altro messaggio ai ragazzi: “Innanzitutto, studiate”. Prima di esprimere opinioni, studiate».

Un capitolo del libro è dedicato al quesito per eccellenza: “Cosa farò da grande?” Lei se ne occupa da tempo come delegata all’orientamento per il MIUR: cosa vorrebbe consigliare ai ragazzi?

«Di seguire le proprie passioni, purché siano autentiche: c’è chi scarta le facoltà scientifiche, considerandole troppo difficili, e si iscrive a Lettere convinto di trovare un comodo parcheggio, ma non è così che si cresce. Allo stesso tempo, mai guardare il puro profitto economico, anche perché non esistono più le lauree che garantiscono un lavoro, considerando che è impossibile sapere come sarà il mondo fra cinque anni e di cosa ci sarà davvero bisogno. I dati di Unioncamere mostrano che negli ultimi anni gli umanisti hanno trovato lavoro più facilmente dei ‘tecnici’, a dispetto delle statistiche vulgate: questo perché le aziende hanno bisogno di persone con buona preparazione culturale e una, per così dire, visione del mondo».

Ciò che lei propone è in parte frutto dei suoi lunghi anni di esperienza nell’insegnamento: cos’ha ottenuto, da docente, applicando questi principi?

«Credo che il compito di professori e professoresse non si esaurisca con l’esame di maturità, come troppe volte osservo: i docenti devono porsi il problema del dopo, anche perché lo studente valuta l’interesse dell’insegnante nei suoi confronti come persona. Sono felice del fatto che molti ex allievi continuino a chiamarmi, a scrivermi, a domandarmi consigli: significa che il lavoro svolto ha lasciato qualcosa».

Le copie del libro Io e lo studio di Gabriella Burba sono ordinabili on line sul sito www.edizionigolialrdiche.it

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