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Meeting

Ruins

25898
Nostos Algos, opera di Angela Alexander Lloyd
Duino-Aurisina

Castello di Duino
06/07 e fino al 05/08
9.30-17.30

Le rovine hanno in loro un'intrinseca ambivalenza, sono allo stesso tempo vittime e superstiti del tempo distruttore: “le idee che le rovine suscitano in me sono grandiose. Tutto si annienta, tutto perisce, tutto passa. Soltanto il mondo resta. Soltanto il tempo dura [...].”, scriveva Diderot, rappresentante di quel Settecento che ha colto più intimamente la poetica delle cose perdute.
Il Settecento in cui Piranesi con le sue stampe diffonde in tutta l'Europa le immagini delle rovine romane, viste come “proiezione figurativa del Sublime dove il piacere estetico è reso più intenso da una bellezza insidiata da presagi di morte” (Ottani Cavina).

É la caducità della bellezza, l'impermanenza delle cose che ha sempre affascinato la mente umana e che attraverso l'iconografia della Vanitas cerca di prefigurare il terrore della morte, soprattutto in periodi di guerra.
Questo stesso linguaggio riaffiora, attraverso media e forme diverse, nelle opere di artisti contemporanei che rielaborano così i lasciti dei conflitti che hanno flagellato l’ultimo secolo. Un secolo segnato da guerre che distrussero con forza anche ciò che sembrava dover sopravvivere all’incedere del tempo, cambiando inesorabilmente il mondo e i ritmi della vita.

L'incessante oscillare della lancetta d'orologio tra due punti fissi, fotografie sbiadite – ritratti di famiglia con i volti cancellati e abrasi-, vasi segnati da crepe, teschi, cenere e fiamme, impronte di ciò che eravamo: sono questi gli elementi che grazie al lavoro degli artisti (Boris Beja, Claudio Beorchia, Lorenzo Bordonaro, Silvia Cavallari, Cosima Montavoci, Angela Alexander-Lloyd, Stelios Manganis, Nathalie Vanheule) ci permettono di interrogarci sull'impermanenza, la fragilità e la decadenza, nella cornice suggestiva del Castello di Duino: alla grandezza e al lusso di questo castello, oggi museo, è infatti contrapposta la vista delle rovine del Castelvecchio che sorge sulla vicina rupe.

Costruire un nuovo castello accanto al vecchio, come per ricordare all'osservatore la sorte dell'uomo e del suo operato, è un memento che definisce la Stimmung emanata da questa fortezza, percepita anche dagli artisti che vi risiedettero (sarà proprio qui, nel 1912, alle soglie della Grande guerra, che Reiner Maria Rilke troverà l'ispirazione per le sue Duineser Elegien, ciclo caratterizzato dal tema dell’inconsistenza della vita umana).

Sono tutt'ora la bellezza, la sensibilità e l'arte che cent'anni dopo ci permettono di affrontare e riflettere sugli stessi interrogativi: la morte, il passare del tempo e ciò che rimane dell'attività umana -le rovine-.

Similmente al titolo delle sculture di Boris Beja, che alla fine del nostro viaggio nell'immaginario delle vanità, ci fanno sospirare “Still Alive”, la percezione della guerra aleggia ancora nel Castello.